Una classe senza partito
22 Dicembre 2006
Caro direttore
che fine ha fatto la classe operaia? Un fatto è certo: non è andata in nessun paradiso (come ben sapeva Elio Petri), ma è rimasta nel sudicio inferno capitalistico (come dimostrano le migliaia di omicidi bianchi consumati ogni anno nelle officine, sui moli e nei cantieri dell’azienda-Italia). Lungi dall’estinguersi, questa classe, che produce con il suo sudore e con il suo sangue il plusvalore di cui si appropria il capitale, ha e-steso i suoi confini al mondo intero. Se quanto precede è vero, quale obiettivo si pone allora il capitale nel condurre la sua incessante lotta di classe contro i produttori del plusvalore, oggi ideologicamente acefali (in quanto privi di un partito che esprima i loro interessi storici) e politicamente subalterni (in quanto costretti a cantare nel coro della concertazione anche quando tale coro canta con un accento schiettamente bor-ghese)? Ebbene, se il XX secolo è stato il secolo della politica e il partito di avan-guardia e di massa, che affonda le sue radici fra il ’14 e il ’17, ne è stata l’espressione paradigmatica, l’inizio del XXI secolo sembra invece coincidere con la fine del mo-dello di partito e del modello di Stato entro cui questo si era costituito. Alle spalle di questa fine si stagliano, pesanti come macigni, gli eventi che hanno segnato gli anni ’80 e ’90: la rivolta dei ricchi contro i poveri promossa da Reagan e dalla Thatcher, il dissolvimento dell’URSS, la ripresa delle guerre imperialiste di espansione e la liqui-dazione delle concezioni fondate sull’antagonismo di classe.
In coerenza con il pensiero postmoderno, la sinistra ex-comunista sembra avere smarrito del tutto le ragioni della sua identità e della sua stessa esistenza, se è vero quanto ìndica il travagliato processo che dovrebbe condurre alla formazione del parti-to democratico, e cioè che tale sinistra non è più in grado di distinguere fra una coali-zione e un partito e si illude di poterlo costituire muovendo, anziché dalla società, dal Parlamento. D’altronde, diventa impossibile anche solo impostare un discorso sul partito, se si ritiene che non c’è più da organizzare una ben precisa parte sociale e nemmeno la si riconosce. Occorre invece affermare con forza, come ha fatto Antonio Riccardi nel suo intervento del 13 dicembre scorso, che la parte che va organizzata ha il suo fulcro nel mondo del lavoro, anche se questo mondo è stato profondamente ri-strutturato sul piano tecnologico e sociale. La ristrutturazione capitalistica dominata dalla triade ‘flessibilità-precarietà-mobilità’ e la cosiddetta globalizzazione hanno in-fatti disintegrato il corpo centrale del proletariato industriale e hanno interposto fra il profitto e il salario un coacervo di redditi (e di strati sociali) intermedi, creando in tal modo crescenti difficoltà a quel movimento operaio che, nondimeno, è stato nel ’900 l’unico soggetto capace di definire un progetto alternativo a quello di cui sono state portatrici le forze infernali suscitate, fra anni ’20 e anni ’30, dalla ‘grande crisi’ del capitalismo.
Quel che è accaduto è la rigorosa conseguenza dei processi che sono venuti avanti: dal popolo lavoratore organizzato nel sindacato e nel partito si è passati alla ‘gente’ apolitica, fatta di un pulviscolo indistinto di individui atomizzati e manipolati; la po-lemica contro il consociativismo politico è servita a promuovere la concertazione so-ciale; Tangentopoli e l’equazione ‘anti-politica = anti-partito’ si sono ben presto rive-late un sottoprodotto della svolta neoconservatrice degli anni ’90. D’altro canto, in assenza della linfa vitale della democrazia, che è il conflitto di classe, la degenerazio-ne dei partiti ha confermato con esattezza matematica sia la legge delle oligarchie sia la logica del mercato politico, che insieme dànno corpo e forma alla crisi generale dei partiti contemporanei. In una società ove i poteri forti sono i sondaggi d’opinione e l’andamento della borsa, non è difficile spiegare il carattere sempre più tecnico (e sempre meno politico) degli stessi governi, veri e propri consigli di amministrazione dell’azienda-Italia (dell’azienda-Germania, dell’azienda-Francia, dell’azienda-Europa…), così come il ridursi del partito al voto per il suo leader.
Del resto, un’analisi, ancorché sommaria, della composizione politica della classe operaia odierna conduce a individuare in essa: 1) una minoranza di lavoratori che si riconosce nella politica dei vertici dei sindacati confederali, 2) una minoranza che ha rotto con essi, creando nuovi sindacati di base, 3) una vasta area di lavoratori che vive in modo conflittuale la propria collocazione all’interno dei sindacati confederali, 4) una massa crescente di lavoratori che sono rifluiti dai movimenti sindacali nel purga-torio infernale del qualunquismo. Orbene, come sottolinea Gianmarco Martignoni nella sua lettera del 18 dicembre scorso, la crescita di questa quarta area offre una ba-se di massa ad una mobilitazione reazionaria di tipo populista e fascista. L’unica dif-ferenza rispetto al periodo del primo dopoguerra, in cui i liberali tenevano la scala ai fascisti, è che ora sono i fascisti a tenere la scala ai liberali. Ma dietro a queste ma-schere c’è un unico volto: quello del capitale che, come scrive Marx, “nasce con una voglia di sangue in faccia e trasuda fango e sporcizia da tutti i pori”.
Sennonché per la crisi della forma-partito e per il correlativo scadimento del ceto politico la sinistra paga un prezzo molto più alto di quello che paga la destra, in quan-to quest’ultima non si esaurisce semplicemente nella Casa delle libertà (o in quel che ne rimane), ma si identifica, in tutto il suo reale spessore, con la finanza, con l’industria, con i dirigenti delle imprese pubbliche e private, con quelli dell’alta am-ministrazione, con il mandarinato accademico e con la grande e media borghesia. Né ha molto senso cullarsi con l’idea chimerica che la società civile possa surrogare le funzioni della forma-partito, dal momento che non risulta che tale società sia in grado di esprimere qualcosa che vada al di là dei buoni sentimenti o dei bruti istinti acquisi-tivi, entrambi antitetici ad una società realmente emancipata. Così come non ha molto senso illudersi di fare politica in modo nuovo soltanto perché si è deciso di mettere fra parentesi la realtà del potere, prendendo alla lettera il discorso ideologico sui dirit-ti (e in realtà elevando al quadrato il carattere ideologico di quel discorso, giacché si passa sotto silenzio il fatto che i diritti sono una maschera del potere). Cullarsi con quell’idea e illudersi sul ‘modo nuovo di fare politica’ non ha molto senso quando co-loro che celebrano la democrazia maggioritaria dell’alternanza, coloro che magnifi-cano la sostituzione della lotta fra le classi con la concertazione fra le classi, coloro che fomentano le pulsioni plebiscitarie della ‘gente’, coloro che coprono con la foglia di fico delle ‘missioni di pace’ operazioni che sono a tutti gli effetti azioni di guerra, tutti costoro aprono la strada ad un nuovo autoritarismo, cioè alla distruzione della politica e, quindi, della democrazia, non essendo quest’ultima se non il terreno su cui si dispiega lo scontro fra le classi e la mediazione fra i partiti (quei partiti di massa che sono, come disse una volta Togliatti, la democrazia che si organizza).
L’esperienza storica di questo secolo insegna che nello scontro fra economia (capi-talistica) e politica (proletaria) è questa a perdere già in partenza, mentre la politica (proletaria) può vincere, e ha vinto, o può almeno risultare egemone, ed è risultata egemone, tutte le volte che lo scontro è stato con la politica (borghese). Il partito per la sinistra non è né un lusso né un ‘optional’, ma è una necessità vitale, perché è la si-nistra che, molto più della destra, ha bisogno della politica e, quindi, del suo strumen-to principe, che è il partito. Quel partito che deve sia esprimere in forma politica gli interessi, i bisogni e le aspirazioni di una ben precisa parte sociale (= partito di mas-sa), sia orientare, dirigere e decidere in base ad una propria analisi della società e ad un proprio progetto politico (= partito di avanguardia). In un momento come quello attuale in cui tutto, senso comune e cultura, psiche individuale e comportamenti di massa, teoria e pratica, reca il marchio di una reazione diffusa, assume nuovamente una grande attualità l’indicazione di Gramsci sul ‘moderno Principe’, sull’unico strumento che abbiano le classi oppresse per darsi e ricevere forza nella lotta intermi-nabile contro la Santa Alleanza del potere e della ricchezza.



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