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E’ stata rinviata al 22 gennaio la sentenza del processo a carico di Mohammed Mahfoudi, imam della moschea di Gallarate e di Coabane Trabelsi, entrambi accusati di aver fiancheggiato gruppi terroristici. Lo ha deciso questa mattina il giudice, al termine dell’udienza, celebratosi a Milano con il rito abbreviato. Il pubblico ministero Luigi Orsi ha chiesto per i due imputati tre anni quattro mesi per il reato di associazione a delinquere finalizzata al fiancheggiamento di organizzazioni terroristiche e un anno per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Quattro anni e quattro mesi, in totale, che passano però a due e due mesi in virtù della riduzione di un terzo per la concessione delle attenuanti generiche e di un altro terzo per i benefici garantiti dal rito abbreviato. Il pm ha concluso la sue requisitoria confermando l’ipotesi accusatoria uscita dalle indagini preliminari. L’avvocato difensore dell’imam di Gallarate, Massimo Natali, ha chiesto invece la piena soluzione dalle accuse: «Il mio assistito ha fiducia nell’operato della magistratura – spiega il legale – e in una conclusione positiva del processo tramite assoluzione con formula piena. Le pena richiesta lascia il dubbio che nell’accusa qualcosa non abbia funzionato. Mahfoudi è estraneo alla vicenda». La decisione della magistratura è molto attesa e avrà ripercussioni politiche di rilievo a Gallarate, dove si è riacceso lo scontro sull’opportunità di dare il benservito alla moschea. I locali sono dichiarati inagibili, ma la comunità continua a riunirsi. Un appello lanciato il 6 gennaio dall’artista ebreo Moni Ovadia, sul dialogo tra le culture, ha raccolto il plauso del centrosinistra e provocato un timido spiraglio di apertura da parte della giunta comunale. La Lega Nord, principale avversario del dialogo con gli islamici, torna però oggi ad attaccare la comunità musulmana, l’imam sotto processo e il portavoce Samir Baroudi. In un comunicato, il segretario cittadino Matteo Ciampoli bolla l’intervento di Moni Ovadia come pura propaganda.
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