Quando Busto era la Cina d’Europa

Convegno di chiusura per il Salone del Tessile

"Dalla nostra millenaria storia tessile suggerimenti per uscire dalla crisi attuale": questo il titolo del convegno tenutosi del pomeriggio di sabato presso il polo espositivo di Malpensafiere, quale incontro e riflessione conclusiva del Salone del Tessile. Obiettivo della serata era fare il punto della situazione ma anche riflettere sui punti di forza storici del settore e del territorio.

Luigi Giavini (foto) ha illustrato la storia del settore tessile nella città di Busto
Arsizio, storia che davvero ha radici millenarie. Giavini si è tuffato in un affascinante viaggio a
ritroso, dai cosiddetti "secoli bui" del Medioevo, quando i bustocchi
erano già i principi del fustagno e i benvenuti in tutte le fiere
commerciali d’Europa, fino alla meccanizzazione industriale
dell’Ottocento. «Fino alla Rivoluzione Industriale, i cinesi d’Italia
erano i bustocchi» ha detto Giavini; «non si attenevano mai alle regole
severissime delle corporazioni mercantili, lavoravano da mane a sera
tutti, vecchi, donne e bambini inclusi. Ignoravano le regole proprio
perchè erano forti e avevano uomini in posizioni di potere economico a
Milano». I bustocchi, gente pratica, fecero anche una notevole
scoperta. Essendo esperti nella produzione del fil di ferro sottile
(ardìa, da cui il nome di Busto Arsizio), lo utilizzavano per cardare i
tessuti al posto dei cardi vegetali: ne ricavavano un tessuto di minore
qualità, ma molto economico e facile da produrre. Il resto venne con i
sovrani illuminati, che nel Settecento abolirono le restrizioni
corporative – una mossa liberista, diremmo oggi – consentendo la
nascita di vere manifatture al posto della produzione appaltata alle
famiglie come avveniva in precedenza. «L’effetto fu quello di un
fiammifero in un bidone di benzina
» racconta Giavini, e c’è da
credergli. «Da allora l’industria bustocca resistette persino al Blocco Continentale napoleonico, che impediva di commerciare con l’Inghilterra, di avere il
suo cotone e le sue macchine: almeno al cotone provvide il
contrabbando, e Napoleone dovette fare marcia indietro. Nulla poteva
più fermare il trionfo dell’imprenditoria bustocca, una forza della
natura. Un solo nome vorrei ricordare su tutti in quel periodo, un nome
mai abbastanza citato: quello di Francesco Turati».

Il convegno era stato aperto dal Presidente della Provincia di Varese Marco Reguzzoni. Ricordando il recente successo dell’Agusta, che fornirà l’elicottero presidenziale per George Bush junior, Reguzzoni ha raccomandato un’accorta opera di lobbying per promuovere all’estero i prodotti varesini. Il presidente di Centrocot Bruno Amoroso, dopo aver invitato ad evitare il rischio del «doping convegnistico» e dell’ottimismo a tutti i costi, ha invece denunciato a chiare lettere che «per il governo la crisi del tessile non è una priorità: i politici lo negheranno, ma è così».

La battagliera direttrice generale di Centrocot Grazia Cerini (foto) è partita subito lancia in resta: «Non accettiamo che a Roma che la crisi del tessile venga considerata non prioritaria. Non è un caso se ci rivolgiamo all’Europa, a Bruxelles; è lì che ci dobbiamo fare sentire con più forza». I dati sono sconfortanti, e Cerini lo ammette: «Un milione di posti di lavoro persi in Europa nell’ultimo decennio, 51.000 solo qui nel nostro territorio. Eppure l’Europa a 15 ancora nel 2003 ha esportato qualcosa come 40 miliardi di euro in prodotti tessili, il 25% delle esportazioni totali per fatturato. Certo il 2004 è stato un anno duro, che ha visto la Cina triplicare la quantità di prodotti esportatoi in Europa con una abbattimento del 75% dei costi…». Il rapporto Europa-Cina è, secondo Grazia Cerini, scorretto. «Loro esportano liberamente, noi per esportare da loro paghiamo dazio. Loro si danno al dumping (vendita sottocosto, ndr) sociale ed ambientale. Questo commercio non è normale. Il tessile in Europa conta 170.000 aziende con 2,5 milioni di addetti, in Italia 68.000 aziende con 570.000 addetti: ha ancora qualcosa da dire».

All’Unione Europea il settore tessile chiede di monitorare le importazioni, definire criteri e procedure di salvaguardia, stroncare le pratiche commerciali sleali e il dumping, garantire trasparenza per quanto attiene a etichettature e rispetto dei minimi standard ambientali e sindacali, dare vita ad un mercato davvero libero e bilaterale. A questo proposito si stanno raccogliendo firme per presentare a Bruxelles la "Petizione per un Commercio trasparente, equo e sostenibile nel settore tessile-abbigliamento". Un altro importante strumento di intervento presentato da Grazia Cerini è l’Associazione Intercamenrale a sostegno della filiera tessile, abbigliamento e scarpe, che fa da "massa critica" tra i distretti industriali e le Camere di Commercio d’Italia e d’Europa; le sue cospicue risorse economiche le consentiranno un’azione mirata a rendere consapevoli i consumatori, da un lato, e a monitorare a dovere il mercato e il rispetto delle regole, dall’altro.

In chiusura il presidente della Camera di Commercio Angelo Belloli si è detto sicuro che la crisi sia congiunturale e non strutturale, imputandone la causa momentanea agli effetti macroeconomici del passaggio all’euro, moneta forte, accusata, come spesso capita, di aver generato difficoltà e recessione.

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Pubblicato il 30 Gennaio 2005
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