La Patologia neonatale rischia di perdere uno dei suoi gioielli
A maggio finisce il progetto di supporto psicologico alle madri dei bambini che lottano per la vita. Servono nuovi finanziamenti
C’è un reparto in ospedale dove l’ansia e la paura si tagliano con il coltello. Una cappa di angoscia perenne che porta a perdere il senso della realtà. E’ il reparto di "Patologia intensiva neonatale" che all’ospedale Del Ponte viene diretto dal professor Massimo Agosti. Un reparto che negli ultimi anni ha visto crescere drammaticamente il numero dei parti prematuri, dei neonati in pericolo di vita: esserini di appena 600/700 grammi attaccati a cannule e tubetti, coricati in incubatrici. La tecnologia è di gran conforto in questa lotta per aiutare i piccoli nati a sopravvivere, così come l’esprienza maturata dall’equipe del professor Agosti.
Accanto ai piccoli che "lottano" per sopravvivere, però, ci sono costantemente i genitori, madri e padri che assistono impotenti a tanta fatica. Tempi lunghissimi di attesa tra alti e bassi, dove paura e speranza si mescolano ad ogni istante. Vicino a loro, da quasi un anno, in reparto ci sono alcuni operatori del Melograno che offrono conforto ma, soprattutto, un aiuto professionale per affrontare questi momenti dolorosi. Sono tre specializzate: Cristina Realini pedagogista, Lorena Vignola, educatrice prenatale e Cistina Rigamonti, psicoterapeuta.
"La nascita è sempre un momento delicato – spiega Cristina Rigamonti (nella foto) – comporta, per la donna, modificazioni tra le più radicali che si possano sperimentare. Quando intervengono fattori che anticipano la venuta al mondo, nella madre troppo spesso nasce un senso di colpa per non essere stata in grado di portare l’opera sino alla sua completa realizzazione, e per lasciare al proprio bambino il compito di arrangiarsi a realizzare da solo l’incompiuto. Sono momenti di elevata drammaticità in cui il nostro progetto, condiviso dal professor Agosti, interviene. Noi offriamo supporto psicologico, un conforto continuo".
Le tre operatrici sono costantemente in reparto, per ascoltare, avvicinarsi al dramma di ognuno, individuare percorsi di "razionalizzazione" del vissuto: "La fase intensiva è drammatica – prosegue la psicoterapeuta – ma non meno complessa della successiva. Quando il bambino inizia a stare meglio, viene messo nella "terapia semi-intensiva" e qui inizia l’incontro vero tra madre e figlio. Ciò che non è avvenuto subito, deve essere ricostruito per non lasciare vuoti. Le madri sono chiamate a dar da mangiare al piccolo, a cambiarlo, ad essere madri: ma, a volte, è un’impresa difficile, ostacolata dal senso di colpa, dall’angoscia vissuta per tanti giorni, dalla perdita di stima in sè stesse". Il compito delle operatrici è quello di assistere i genitori a superare i drammi della partenza difficile recuperando il vuoto temporale. Numerosi studi dimostrano, infatti, che la causa di difficoltà relazionali in famiglia traggono origine da questo "strappo" iniziale mai ricucito.
L’opera di sostegno, però, prosegue anche nell’ultima fase, quella meno angosciante della "pre-dimissione": "In questa fase stiamo vicino alla madri che stanno per compiere il passo più importante: il ritorno a casa. Le aiutiamo a rafforzarsi per affrontare la svolta decisiva: dall’ambiente protetto dell’ospedale si ritrovano a casa da sole, e anche qui è richiesto coraggio". Con questa madri, le operatrici del Melograno hanno due appuntamenti settimanali aperti dove ogni donna può portare la sua storia: spesso proprio dalle madri al termine della lora permanenza in reparto arriva il miglio aiuto a quelle donne all’inizio dell’esperienza di ospedalizzazione. Il progetto vorrebbe anche andare oltre e proseguire come aiuto sul territorio, a disposizione di ogni madre che sente la necessità di un supporto nell’avventura neonatale.
Questo progetto, invece, rischia di scomparire: "Lo scorso anno abbiamo potuto avviare l’esperienza grazie ad alcuni finanziamenti legati alla legge regionale numero 23. Ma il progetto scadrà a maggio e, se non trovimo fondi nuovi, saremo costrette ad interrompere tutto". Un rischio enorme: nel reparto lavora anche una psicologa, grazie ad una borsa di studio dell’Università dell’Insubria, con una mole di lavoro enorme dato diviso tra la patologia neonatale e l’ostetricia dove i casi delicati sono altrettanto numerosi.
Ad usufruire del sostegno psicologico, inoltre, è il personale del reparto, sotto costante stress emotivo: "Abbiamo un ottimo rapporto con tutte le figure professionali presenti. Ci incontriamo spesso per confrontarci e anche da loro ci arriva al’apprezzamento per ciò che stiamo facendo".
In reparto offrono aiuto anche gli specialisti di neurospichitria infantile e uno psicologo della Casa con cui è stata stretta una convenzione. Il lavoro è tanto, troppo spesso sottovalutato nella sua valenza. Come irragonevolmente viene sottovalutato il bisogno psicologico della donna ad affrontare la sua maternità. Caso di malasanità? No, semplicemente di superficialità.
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