Narrativa e storiografia si incontrano a Librando
Una serata con il gip di Varese Ottavio D'Agostino e lo storico e giornalista Franco Giannantoni, autori del libro "Sono un fascista, fucilatemi!"
Quello della memoria condivisa sugli eventi della guerra civile e della Resistenza, così come viene presentato oggi, è un falso mito, se non una mistificazione. È chiaro e duro su questo punto Franco Giannantoni, autore con il gip di Varese Ottavio D’Agostino di "Sono un fascista, fucilatemi!", volume edito da Carlo Scardeoni ("un editore coraggioso" per gli autori) per i tipi Arterigere-Essezeta e dedicato alla figura di Agostino "Mario" D’Agostino detto Dagòs, zio del giudice della Procura varesina e fascista convinto fino alla sua esecuzione da parte dei partigiani reggiani nel settembre 1944.
Il volume è nettamente diviso in due parti, in due memorie: una personale, la vita romanzata del protagonista scritta dal nipote magistrato in toni caldi ed affettuosi quali quelli che si possono avere per uno zio mai conosciuto; l’altra è la ricostruzione asciutta ed antiretorica dei fatti, basata su documenti e testimonianze dirette, scritta da Giannantoni, storico esperto in materia resistenziale e già autore di opere pregevoli e utili alla discussione come "Gianna e Neri", "Varese in camicia nera", "Guerriglia nell’Ossola", solo per citarne alcune.
"Non pensavo, in tutta onestà, di mettermi a fare lo scrittore, anche perchè quasi mai il mio lavoro ne lascia il tempo" ha raccontato il giudice D’Agostino. "Scrissi questo romanzo dopo aver raccolto una certa quantità di materiale su mio zio, di cui in famiglia si faceva talora il nome, a mezza voce: è stato giustiziato, dicevano, e io volevo saperne di più. Dopo aver scritto l’opera, la misi nel cassetto fin quando Franco Giannantoni non venne sapere della vicenda: volle leggere il mio scritto e cominciò un’accurata ricerca che l’anno scorso ci ha fatto ritrovato il luogo esatto in cui mio zio venne fucilato". Giannantoni, dopo aver deplorato lo stato dell’editoria in materia storica in Italia ("c’è una censura violentissima, ormai le case editrici, gira e rigira, sono tutte legate a Berlusconi e ai suoi"), ha dichiarato a chiare lettere che "la cosiddetta memoria condivisa passa per la rinuncia alle proprie identità. Questo libro non vuole mediare proprio nulla, perchè un paese deve saper vivere con memorie contrapposte. È inutile parlare di pacificazione: c’è già stata con l’amnistia Togliatti del ’46, che una magistratura ancora fascista ha trasformato in vero e proprio colpo di spugna liberando anche i peggiori torturatori. Lo stesso anno il fascismo tornò alla ribalta in politica sotto la bandiera dell’Msi". Giannantoni ha ribadito la necessità di sfuggire all’"ottica reducistica e mitica" nel raccontare la Resistenza. Ciò va fatto, però, senza cadere in quella svalutazione dei valori ideali di chi combatteva che è tipica del pensiero unico odierno. Per esso, in fondo, erano tutti uguali, e l’intera storia del Novecento è solo un’orgia di massacri e genocidi, rossi o neri, con il sottinteso che la democrazia ha trionfato e grazie all’America viviamo nel migliore dei mondi possibili. "Non si può decontestualizzare la storia e pensare che al 25 aprile l’odio e le violenze si sarebbero fermati di colpo" sostiene Giannantoni nel criticare l’impostazione dell’opera di Pansa "Il sangue dei vinti". "Poi oggi si usa la storia come una clava. La destra insiste a dire che sulle foibe c’era la congiura del silenzio quando per trent’anni il professor Galliano Fogar dell’Istituto friulano per la Storia della Resistenza ha scritto migliaia di pagine su quella tragica vicenda".
"Franco ha ragione, l’uso di questa memoria condivisa è distorto" ammette il giudice D’Agostino, "però bisogna tenere presenti alcune cose. Quasi tutti in Italia erano stati fascisti, tranne una piccola minoranza di persone davvero speciali. Il 26 luglio del ’43, però, ufficialmente nessuno era più fascista, e dopo l’8 settembre anche l’ultimo simbolo di unità della nazione, il re, lasciò Roma da fuggitivo. Era fatale che gli italiani si dividessero secondo coscienza tra fascisti ed antifascisti. Una memoria condivisa per me c’è: è quella della responsabilità di persone come Badoglio o il re che lasciarono gli italiani in questa situazione". Cosa unisce, dunque, le posizioni dei due autori? "Le istituzioni democratiche" concordano entrambi. Il quadro di riferimento repubblicano, nato dallo spirito della Resistenza, è l’ambito comune a nel quale queste discussioni possono essere condotte con serena obiettività. Per concludere, un’ultima provocazione: così come un tempo si contrapposero estremiti "rossi" e "neri" per stabilizzare in senso conservatore l’Italia, così oggi si gioca con la storia – "rossi" e "neri" tutti uguali sotto la bandiera del totalitarismo – per far risaltare il ruolo "immacolato" (Hiroshima e Nagasaki, le dittature sudamericane, l’Iraq…) del "modello unico" di democrazia, quello anglosassone. Oggi tale ruolo viene rilanciato in quello che si va rapidamente trasformando in un nuovo fanatismo ideologico, altrattanto intollerante di quelli che lo hanno preceduto. "Tra i Paesi occidentali, riconosco che oggi gli Stati Uniti sono il meno democratico" ammette anche il gip D’Agostino. "Ma gli anni ’70 non possono essere paragonati alla Resistenza, che fu una guerra di popolo. I terroristi spesso erano di estrazione borghese e avevano idee assai confuse. Pagarono in molti con la vita per esservisi opposti, tra cui mio cugino Girolamo Minervini, anch’egli giudice, ucciso nell’80 dalle Brigate Rosse a Roma".
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