Quando le imprese traslocano ad Est
In gergo si chiama "rilocalizzazione" e prevede il completo trasferimento delle aziende all'estero, una ricerca dell'Insubria svela cause e dati
L’Est europeo piace alle imprese italiane ma non come in passato, qualcosa sta cambiando. Le aziende non si accontentano più di esportare o di spostare la loro filiera produttiva all’estero; decidono di muoversi, di trasferire in altri paesi i propri "quartier generali", in gergo, di “rilocalizzarsi”. È quanto sostiene l’indagine, condotta dal Centro di eccellenza sull’Internazionalizzazione dell’Università dell’Insubria di Varese, che sarà presentata il prossimo 16 gennaio alle Ville Ponti di Varese. Una ricerca su più livelli che ha ricostruito, partendo dal nulla, la presenza delle imprese italiane nell’Est europeo. Sull’argomento infatti «non c’erano banche dati a disposizione – ha spiegato Alberto Onetti, docente di economia e gestione delle imprese dell’ateneo varesino e responsabile scientifico del Centro di eccellenza sull’internazionalizzazione – abbiamo perciò realizzato un censimento collaborando con le camere di commercio e altri enti di questi paesi per ottenere la dimensione numerica del fenomeno. Abbiamo censito così 1600 imprese con capitale italiano localizzate nel Paesi dell’Europa orientale e ad ognuna abbiamo inviato il nostro questionario».
I risultati dell’indagine hanno permesso di approfondire gli atteggiamenti delle nostre imprese all’estero e gli interessi delle loro azioni. Da alcune anticipazioni, ad esempio, è emerso che l’insediamento italiano è più intenso in Polonia e Romania e che le imprese sorte su territorio straniero hanno solitamente piccola o piccolissima dimensione, spesso più ristretta di quelle presenti in Italia.
Sotto il profilo degli investimenti è il Nord Italia a fare la parte del leone ed in particolare la Lombardia che, da sola, detiene il 36 per cento degli importi spesi all’estero. Anche le imprese varesine si difendono bene con una presenza pari al 10 per cento del campione. «Oggetto di studio – ha precisato Onetti – sono state le imprese che hanno effettuato investimenti diretti all’estero misurando così un grado più radicale di internazionalizzazione che va aldilà della semplice attività di esportazione».
La "rilocalizzazione" vera e propria, secondo quanto illustrato, implica un trasferimento graduale che coinvolge soprattutto le aziende dei settori maturi, quelli che nel paese d’origine, come in Italia, non godono più di opportunità interessanti. «A spingere lontano le imprese sono poi fattori diversi – ha concluso Onetti – l’intensificarsi della concorrenza sul mercato domestico, l’attrattività del mercato estero o i costi meno elevati della manodopera e delle materie prime. In altre parole, le imprese italiane trovano nei Paesi dell’Est europeo la stessa situazione dell’Italia di venti anni fa. Oltre ai vantaggi legati ai risparmi sui costi dei fattori produttivi le imprese hanno così iniziato a considerare i mercati in crescita di questi paesi e le prospettive di sbocco offerte. Le domande da porsi sono in conclusione due: a fronte di quelle che se ne vanno, quante nuove imprese nasceranno in Italia? E soprattutto, dato che i settori maturi non hanno più spazio da offrire, qual è l’impegno rivolto verso quelli emergenti?».
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