Giuseppe Ferrara, 75 anni di cinema e impegno civile
Il regista di "Guido che sfidò le Brigate Rosse" ospite del Baff a Gallarate
Giuseppe Ferrara colpisce ancora. Il regista de "Il caso Moro", di "Cento giorni a Palermo" e "Giovanni Falcone", film intrisi di impegno civile a difesa dei valori democratici, arriva al B.A. Film Festival con un’opera di forte impatto come "Guido che sfidò le Brigate Rosse", pellicola che finora non ha purtroppo trovato distribuzione nelle sale. Un film dedicato a un sindacalista della CGIL, che si oppose alla violenza del terrorismo «in nome della democrazia, in nome del "lo Stato siamo noi, e dobbiamo difenderlo": fu più che un eroe, fece il suo dovere».
Ferrara è stato ospite oggi del Baff a Gallarate, nel tendone di piazza Libertà, per un incontro col pubblico – scarso purtroppo, dato il tempo uggioso e l’orario non felicissimo (le 18). Accanto a lui Elvira Giannini, che nel film interpreta Fulvia Miglietta («ho studiato
per nove mesi le vicende delle BR per calarmi nel ruolo, con lei
purtroppo ho potuto parlare pochissimo e solo per telefono»), brigatista di spicco e fidanzata di Riccardo Dura, l’uomo che il 24 gennaio 1979 a Genova uccise Guido Rossa. Fra gli altri interpreti del film spiccano volti noti come Anna Galiena (che interpreta la moglie del sindacalista ucciso), Gianmarco Tognazzi (Dura) e Massimo Ghini (nel ruolo di Rossa).
Simpatico e affabile quasi a dispetto della crudezza e delicatezza dei temi
trattati nei suoi lungometraggi e nelle dozzine di medio e cortometraggi prodotti in una carriera lunga ormai quasi mezzo secolo, Ferrara si è sottoposto di buon grado alle domande del direttore del tg di Rete55 Matteo Inzaghi, affiancato dal direttore artistico del Baff Vittorio Giacci. «Un film "difficile" questo? Mi stupisce moltissimo» commentava riferendosi alle difficoltà di distribuzione della pellicola. Qualche domanda Ferrara se la fa, ma non sembra pensare a ostacoli di carattere politico: «chi mai potrebbe "fare il tifo per le BR"? Sarebbe più che una follia, come quella di chi pensava di fare la rivoluzione con qualche omicidio qua e là, magari richiamandosi a rivoluzionari di ben altro spessore come Che Guevara». I suoi film hanno sempre fatto discutere: sparì rapidamente dalle sale il suo "I banchieri di Dio", che crocifiggeva i personaggi, inclusi alcuni uomini di Chiesa, coinvolti nelle trame del banco Ambrosiano di Roberto Calvi, poi "suicidato" nel 1982 a Londra. Fece scalpore per la sua asprezza anche "Il caso Moro – i giorni dell’ira" (1986), con lo statista democristiano interpretato da un grandissimo Gian Maria Volonté.- «Riccardo Dura, ho scoperto» riferisce il regista, «era nel gruppo di fuoco di via Fani, così ho "riciclato" delle immagini di quel film per ricostruirne i ricordi, il passato recente».
Per Giuseppe Ferrara «un film dedicato a chi come Rossa si è sacrificato per la lotta contro le BR nelle fabbriche, invece che "difficile", è quasi banale, mi meraviglia che non ci si sia pensato prima. I brigatisti non lo uccisero perchè "aveva fatto la spia" (facendo finire in carcere uno di loro), ma in quanto nemico giurato. E ai suoi funerali si capì che l’onda lunga del terrore non avrebbe attecchito nelle fabbriche». Film drammatici, con morti e violenze vere, non inventate da copione, quelli di Ferrara, cui toccò fra l’altro in sorte di sentirsi complimentare dal giudice Giovanni Falcone per il suo "Cento giorni a Palermo" che ricostruiva la tragica epopea solitaria del generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa. Un uomo che dopo aver disarticolato proprio le Brigate Rosse, abbandonato da chi doveva aiutarlo, fu ammazzato con la giovane moglie da un nemico ben più forte e radicato nella società, la mafia siciliana. Poi a Ferrara toccò girare l’instant movie su Falcone medesimo, dopo la sua morte nella strage di Capaci. «Quella di Falcone è una storia cui vorrei aggiungere solo un nome: il mandante, che non si è davvero mai saputo. Sono convinto che vi fossero quei terzi o quarti livelli politici di cui anche giudici di valore sospettano da tempo».
Un altro film di Ferrara che diede fastidio fu "Segreto di Stato", del 1995, sulle trame nere dei servizi cosiddetti deviati. «Mi hanno detto di occuparmi anche dei servizi dell’altra parte, i "rossi". Li ho presi in parola, e ora vorrei poter girare un film sull’attentato cui scampò per un soffio il segretario del PCI Enrico Berlinguer nel 1973, in Bulgaria, quando i servizi locali fecero piombare un camion sull’auto che lo trasportava. Lui si salvò, il suo interprete morì (solo nel 1991 si rivelerà che si era trattato di un attentato). Si chiamerà "Lo strappo", perchè l’obiettivo era di impedire che il PCI si smarcasse da Mosca. Se il ministero fornirà qualche aiuto penso che ne trarremo un bel film, ma di certo non lo gireremo in Bulgaria: laggiù un mio collaboratore, non appena i bulgari hanno capito a cosa stavamo lavorando, è stato arrestato e perquisito…»
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