Milano contro l’infibulazione
Parte una campagna del comune contro una barbara pratica di mutilazione genitale femminile che riguarda 40 mila donne in Italia
Sabato 6 febbraio si celebra la Giornata internazionale contro le mutilazioni genitali femminili (MGF) che si propone di collocare l’intangibilità del corpo femminile tra i diritti umani irrinunciabili e inalienabili. Il Comune di Milano, per la prima volta, ha lanciato una campagna di sensibilizzazione sul tema che durerà fino all’8 marzo – festa della donna – con l’affissione di 1000 manifesti 70×100 in tutta la città.
“Insieme per dire mai +” è lo slogan della campagna che, assieme ad altri progetti messi a punto dall’Assessorato alla Salute rivolti soprattutto ai genitori immigrati, ha lo scopo di porre l’attenzione, stimolare la discussione e il confronto su un fenomeno culturale che, proprio in conseguenza dell’intensificarsi dei flussi migratori, è sempre più presente in Italia, in Lombardia e a Milano, eppure ancora troppo ignorato.
L’Italia è la nazione europea con il più alto numero di donne infibulate, oltre 40.000, e Milano segna il picco più alto in Lombardia. Secondo una stima del ministero della Salute, che nel marzo 2007 ha emanato le linee guida per la prevenzione e la riabilitazione di donne e bambine sottoposte a mutilazione, le donne interessate dal problema sarebbero oltre 90.000, calcolando sia quelle che l’hanno già subita che quelle a rischio, tra cui circa 400 bambine, 3.500 ragazzine dai 14 ai 18 anni, poco più di 60.000 donne dai 19 ai 40 anni e circa 26.000 oltre i 40 anni.
Il primo riconoscimento della pericolosità di questa usanza si è avuto con la promulgazione della legge n. 7 del 9 gennaio 2006, che ha identificato l’infibulazione come reato contro la persona. Nel 2008 è arrivato anche il divieto dal governo egiziano che punisce i trasgressori con due anni di carcere e una pena pecuniaria fino a 50mila lire egiziane (600 euro).
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che nel mondo sono già state sottoposte alla pratica 130 milioni di donne e che 3 milioni di bambine sono a rischio ogni anno. Le vittime in Europa sarebbero 500mila.
In Lombardia, che assorbe un quarto dell’immigrazione italiana, è ragionevole pensare che siano diverse migliaia le donne infibulate. A Milano viene praticata in cliniche abusive, da “stregoni”, in rifugi clandestini ma soprattutto in casa. I casi riscontrati sono oltre trecento in pochi mesi. Per i medici manca ancora informazione e azioni per limitare il fenomeno.
Nel 2008 il Ministero della Salute ha pubblicato le linee guida per le figure professionali che operano a contatto con le donne che provengono da paesi a rischio. In particolare, contengono diverse raccomandazioni al personale sanitario sui comportamenti da tenere, come l’importanza della conoscenza del fenomeno, l’approccio multidisciplinare comprendente il sostegno psicologico, la delicatezza necessaria nell’approccio con la paziente. Altri consigli riguardano i mediatori linguistico–culturali, gli assistenti sociali e gli insegnanti, chiamati a porre una particolare attenzione ai segnali che potrebbero arrivare loro da alunne straniere “a rischio”.
Dalla ricognizione sui servizi offerti alle vittime delle mutilazioni genitali effettuata dal Ministero della Salute nel 2007, è emerso che nel nostro Paese sono presenti 43 strutture diffuse in 13 regioni che si occupano del problema. Solo in alcune regioni, però – Lombardia, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Puglia e Sardegna – è possibile praticare la deinfibulazione, cioè la procedura chirurgica che rimuove l’infibulazione.
“Il 6 febbraio non è un appuntamento formale o una data simbolica vuota di significato – spiega l’assessore alla Salute Giampaolo Landi di Chiavenna -. Così come l’infibulazione non è solo un atto di violenza sulle donne ma un presupposto per privare una persona del diritto di vivere con i sensi intatti. Una forma di sottomissione che vuole limitare la libertà, l’autodeterminazione e la soggettività della donna. La lotta contro le mutilazioni genitali è una battaglia per la salute e il benessere psicofisico della persona. Le mutilazioni infatti causano complicanze a breve, medio e lungo termine legate soprattutto a patologie infiammatorie, ostetriche, psico-sessuali e a cicatrici che condizionano la salute della donna in modo permanente”.
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