Da Vergiate a New York, passando dall’Oscar

Lapo Melzi è originario del Varesotto ma da anni si trova a New York dove studia e lavora nel mondo del cinema, era nella troupe del cortometraggio premiato a marzo con l’ambita statuetta: "Un'emozione indescrivibile"

Lapo Melzi«Vedere premiato alla cerimonia degli Oscar un cortometraggio a cui hai lavorato anche tu è un’emozione indescrivibile». Lapo Melzi è originario di Vergiate, ma da sette anni, grazie a una borsa di studio internazionale, studia negli Stati Uniti, alla New York University. Oggi ha 36 anni e il cortometraggio in questione è la tesi del suo compagno di corso Luke Matheny dal titolo "God of Love". Il piccolo film è stato premiato all’ultima edizione degli Oscar, quella dove ha trionfato "Il discorso del Re".
«Ho lavorato su quel cortometraggio come macchinista – racconta Lapo -, mentre Luke ha lavorato sulla mia tesi, il corto Romeo contro Giulietta che è venuto pronto quest’anno. Negli Stati Uniti è molto bello proprio per questa collaborazione che c’è tra emergenti, tutti disposti a fare ogni cosa sui set dei colleghi amici». Lapo è tornato in Italia da qualche settimana, a causa di alcuni problemi di salute «ma tutto si è risolto per il meglio e a gennaio sono pronto a tornare a New York».
 
Dopo la Scuola del cinema di Milano hai deciso che il tuo posto non era in Italia, perché?
«Qui ho lavorato per alcuni anni con Dario Piana che aveva visto i miei lavori con gli effetti speciali. Poi è arrivata la borsa di studio internazionale che mi ha dato questa occasione per New York e sono partito subito. Ora ho dato la tesi e si apre il mondo del lavoro a tempo pieno. Durante la scuola ho lavorato come insegnante e come montatore, facendo molta esperienza in questo campo. Ho realizzato anche un documentario, commissionato, su una casa famiglia dedicata alle vittime di abuso famigliare. Un lavoro impegnativo che mi ha insegnato molto».
 
È molto diverso dall’Italia?
«Assolutamente sì, sono due mondi opposti. Io vorrei poter fare fantascienza e in Italia non è fattibile. Qui non esistono investitori, non si incentivano i privati. Non esiste una cultura industriale del cinema. In più, non ci sono scuole vere nemmeno per i nostri attori. Una delle cose che ho imparato di più in questi anni è infatti ad avere rispetto degli attori e a dirigerli, mentre in Italia è raro che accada».
 
L’Oscar al tuo compagno di corso è stata una forte emozione…
«Sì, molto grande, soprattutto perché avevo dato anche il mio contributo a quel piccolo e bellissimo film».
 
Ora è pronto il tuo cortometraggio "Romeo contro Giulietta", cosa racconta?
«L’abbiamo appena mandato ai festival e mi piacerebbe anche trarne un film se dovesse avere riscontri. Racconta di Romeo e Giulietta che sopravvivono alla tragedia, ma si risvegliano nel mondo di oggi, costretti ad affrontare la realtà con le aspettative ultraromantiche che avevano. Finiscono col litigare, arrivando persino a gesti estremi l’uno nei confronti dell’altra».
 
In questi anni hai vinto anche dei premi in diversi settori, giusto?
«Sì, non riesco a stare fermo e credo che si debba seminare per poter raccogliere in futuro. Mi appassiona molto l’animazione “a passo uno” (tipo quella usata in Galline in fuga, ndr). Ho vinto un premio internazionale per una sceneggiatura di questo tipo, vediamo cosa succederà. Inoltre, mi hanno premiato all’Aicp per uno spot realizzato sul mese storico afroamericano, questo lavoro è finito anche nell’archivio storico del Moma, è stata una bella soddisfazione».
 
Tutto questo però non ti ha assicurato un lavoro negli Stati Uniti al tuo ritorno…
«Purtroppo no. C’è molta concorrenza e non si deve mai mollare o fermarsi. Bisogna sempre proporre ed essere propositivi. A differenza dell’Italia, là i produttori ascoltano molto di più le proposte. Al mio rientro ci sono molte possibilità: dovrei essere uno dei registi di un nuovo reality in una scuola di danza afro-americana. Si tratta di un progetto portato avanti con la produttrice bravissima con cui lavoro solitamente, Kiara Jones. E poi dovrei occuparmi di alcuni spot pubblicitari».
 
Un sacrificio alla fiction, alla narrazione, che rimane comunque la tua passione?
«Sì, ma lo faccio volentieri. È tutta esperienza. Anche se la fiction non l’ho abbandonata, sto scrivendo diversi progetti con amici del corso di laurea e molti sembrano prendere una buona strada».
 
L’attuale crisi economica ha segnato anche questo settore considerato d’oro per gli Stati Uniti?
«Sicuramente. Ma c’è un grande rispetto di questo lavoro. Forse si è più ottimisti e si pensa che la situazione possa riprendersi. Inoltre, là è molto più sviluppato il settore televisivo che dà delle vere possibilità per tutte le mansioni».
 
Cosa ti manca dell’Italia?
«Dal punto di vista cinematografico nulla. Solo la famiglia ogni tanto, ma so che il mio futuro è al di là dell’oceano».
 
Il tuo sogno?
«Magari un film di fantascienza. Ma anche “Romeo contro Giulietta” come lungometraggio potrebbe essere una prima grande soddisfazione. Ho già tutta la storia in testa».

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Pubblicato il 25 Agosto 2011
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