“Johnny’s gone”: quando la (dura) vita irrompe sullo schermo
Presentato in sala Ratti, in anteprima europea, il film di Giorgio Serafini, regista italiano ormai "adottato" dagli Stati Uniti. Che racconta una delel fasi più dure della sua vita personale
Non è stata una normale “serata da cineforum” quella di ieri e l’altro ieri sera in sala Ratti a Legnano. Non è stata neanche, a dire il vero, una normale serata da Busto Arsizio Film Festival, come nominalmente era, visto che presentava un’opera in concorso.
Quella che ha visto nei due giorni di mercoledì 28 e giovedì 29 marzo la presentazione in anteprima europea di “Johnny’s gone” è stata una sorta di catarsi collettiva, il totale ribaltamento dei ruoli usuali tra spettatore e regista, commentatore e film: una situazione evidenziata anche da alcuni spettatori partecipanti, habitués dello storico cineforum che lì si consuma, che hanno trovato una “situazione non normale: perchè una situazione normale è quando si guarda il film e poi si commentano le scene, le immagini, i dialoghi”.
Lì era tutto diverso: perchè alla fine del film, il regista stesso – Giorgio Serafini, Italiano di nascita ma statunitense d’adozione, nel bel paese noto come regista di fiction molto seguite come "Orgoglio", ma qui cimentatosi in un film indipendente a bassissimo budget – ha spiegato che quella drammatica pellicola, mai vista nel vecchio continente ma che in America ha già collezionato parecchi premi, vedeva come protagonista sua moglie, la brava LaDon Drummond, aveva come protagonista il suo giovane figlioletto Johnny e come “presenza protagonista” le vere immagini di sua figlia Laura, morta improvvisamente nel 2005 all’età di 13 anni.
Quel film, che scandaglia le reazioni umane ai più devastanti e incomprensibili dolori e che in qualche modo cerca di dare una chiave di comprensione per chi fa gesti folli oppresso da quel peso, non era un semplice esercizio di stile ma un modo per “passare oltre” e nello stesso tempo dare un senso a un’indelebile ferita personale. «Se volete chiedermi se un dolore come questo prima o poi passa, vi dico subito: non passa mai – ha spiegato Serafini – Ma almeno in questo modo l’ho consegnato a voi spettatori, che poi diventate un po’ padroni della storia, e potete vederla in modi molto diversi da come l’ho vissuta io».
Una vera “botta”, che va totalmente al di là delle suggestive immagini di una America deserta come il cuore dei protagonisti o della musica che non ti aspetti (realizzata dal musicista che realizzò la colonna del “Tè nel deserto” con Riyuichi Sakamoto, Richard Horowitz). Va al di là anche delle presenze già note ai cinefili di ogni genere, come G.W. Bailey (volto notissimo per aver partecipato da protagonista a “Scuola di Polizia”) o Gary Daniels (attore noto in Usa per aver interpretato parecchi film d’azione).
Va, più precisamente, dritto al cuore: in quella parte oscura che non vuole essere sollecitata, che rimuove le parti peggiori e che troppo spesso si “silenzia”. Di più, è andato al cuore di chi ha visto il film – ancora in inglese e sottotitolato per l’occasione – nelll’ambito del Baff e ha scoperto la vera genesi di questo particolare road movie. Una preziosità condivisa grazie a Celeste Colombo, che ha scoperto Serafini alcuni anni fa, e ne ha conosciuto innanzitutto la storia personale, regalando al suo pubblico una piccola perla di umanità in un festival che porta il glamour nella brughiera.
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