«Era come un vulcano pronto ad esplodere»
Fuggi fuggi generale fuori dalla Lab, azienda che ha preso fuoco nel primo pomeriggio in un’area densamente popolata di Cocquio Trevisago
L’istantanea del giorno, in un giorno di fuoco, in contrada Mulini a Cocquio, è scattata alle 15.30: un colpo d’occhio immortala un giovane vigile del fuoco che riempie l’elmetto d’acqua e se lo svuota in testa. Altri bevono da bottiglioni di plastica ad ampie sorsate nella cornice tragica di una ditta andata distrutta, testimoniata, prima che dal nero rimasto sulla facciata, dall’odore irrespirabile della plastica e di chissà cos’altro che si respira. E, tutt’intorno, più di 30 gradi.
All’ombra di qualche albero i dipendenti: in tutto nemmeno una decina. Molti stranieri; uno di loro, albanese, fa capire che non è aria: il titolare è – comprensibilmente – molto nervoso: «è incazzato»; come dargli torto: in un battibaleno ha perso l’azienda, ci vorrà molto tempo per risistemare le cose. E negli sguardi dei dipendenti c’è ovviamente la preoccupazione per il lavoro. Non hanno parole: guardano da sotto i rami, a distanza di sicurezza, il grande capannone color terra rossa che si riempie di fumo, tra le manichette dei vigili del fuoco per raffreddare muri e quel che resta del tetto.
A poca distanza da loro c’è un signore: non vuole essere ripreso, ma racconta: «Il fumo era visibile da Caravate, perfino da Laveno. Sono arrivato qui perché ci lavora la moglie di un amico, che è finita all’ospedale per aver inalato un po’ di fumo: era un vero inferno: sembrava un vulcano. Sembrava l’Etna che stava per esplodere».
L’azienda si trova di preciso in “contrada Mulini”, frazione Sant’Andrea. Uno dei due accessi è in via Mulini: siamo a poche centinaia di metri dal centro commerciale di Cocquio Trevisago: provenendo da Gavirate la zona si trova sulla sinistra e il fumo era ben visibile dalla rotatoria “nuova” lungo la sp1, quella che porta a Cocquio. Zona di vivai di piante e lingue d’asfalto, e ancora di grandi capannoni, villette a schiera e condomini. Proprio da uno di questi, al civico 4, esce una ragazza col cane.
È vero che siete stati evacuati? «Si – risponde – . Io ho visto il fumo e credevo che stesse bruciando la nostra palazzina: ho preso i miei animaletti e sono corsa giù dalle scale, senza bisogno che mi chiamassero». La sua casa dista una quindicina di metri dalla fabbrica andata in fiamme. Alla fine, confermano dalla polizia locale del Verbano, sono una decina le famiglie a ridosso dell’impianto fatte allontanare dalle proprie abitazioni per la aura dei fumi tossici. Paura rientrata nel tardo pomeriggio quando anche le ultime fiammelle sono state domate in questa già caldissima giornata d’estate.
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