I frontalieri: “È difficile far sentire la nostra voce”
I lavoratori di confine chiedono di essere rappresentati nei tavoli istituzionali sulle questioni che li riguardano, dalla mobilità al mercato del lavoro
«I problemi dei frontalieri sono gli stessi da troppo tempo. Nel 2009 avevo già cercato di ottenere attenzione sulle stesse questioni che avete citato oggi, ma spesso non siamo considerati o siamo lasciati soli». Eros Sebastiani è scettico nei confronti delle promesse della politica. Come molti suoi colleghi in questi anni si è fatto portavoce delle esigenze dei lavoratori di confine. Eppure queste iniziative, come la proposta di creare una "carta dei diritti del lavoratore frontaliere", si sono dimostrate nella realtà difficili da attuare. Le ragioni sono diverse e spesso si scontrano con la sfera delle relazioni istituzionali tra i due stati e che va ben oltre quelle tra i singoli territori, seppure così intense dal punto di vista economico. A fronte di questa esperienza, oltre a sottoscrivere il manifesto presentato oggi dai sindacati, i lavoratori chiedono di essere rappresentanti nei tavoli istituzionali dove si decidono le questioni che li vedono interessati.
Emanuela, lavoratrice varesina in Svizzera, è preoccupata: «Ben vengano gli appelli e la volontà di proseguire con un impegno bipartisan per quanto riguarda il frontalierato. Ma alla luce della situazione attuale abbiamo bisogno di risposte concrete. La riduzione del fondo di disoccupazione, ad esempio, ci mette in una situazione paradossale: ci sono dei nostri colleghi che sono rimasti senza lavoro e che, nonostante il capitale che è stato accantonato negli anni, non sanno come tirare avanti. Abbiamo aderito alla raccolta firme, abbiamo partecipato a ricorsi collettivi ma sono passati mesi e non abbiamo avuto benefici. Ci siamo perfino ritrovati ad alimentare una "guerra" al posto con i lavoratori svizzeri». Il riferimento è alla questione del "dumping" salariale che tanto preoccupa il vicino Cantone. E a interrogarsi sugli equilibri della concorrenza sono anche gli stessi sindacati: «Tra le nostre priorità c’è quella di tutelare l’economia del territorio – spiega Sergio Aureli, dell’organizzazione elvetica Unia -. Se i lavoratori italiani non possono contare su una garanzia seria, come il fondo di disoccupazione speciale, saranno disposti ad accettare anche contratti di lavoro più penalizzanti alimentando così una competizione sul costo del lavoro. E questo è insostenibile per gli svizzeri a fronte del costo della vita nella Confederazione. È proprio per questo motivo che chiediamo che venga introdotto un salario minimo». A questo contesto di incertezza si aggiunge infine la crisi che solo a gennaio del 2013 ha contato 806 nuovi licenziamenti, tra i frontalieri del Varesotto, che si sommano agli ottomila lavoratori iscritti alle liste di mobilità. «Anche nel Mendrisiotto la situazione non è rosea – precisa Giancarlo Bosisio del sindacato Ocst -. Ci sono diverse aziende che hanno richiesto la cassa disoccupazione, l’equivalente della cassa integrazione in Italia con evidenti ripercussioni sull’occupazione. Il problema di molte aziende è stato il cambio sfavorevole ma non è certo l’unico. Abbiamo diverse trattative in corso».
Leggi anche – "Ai politici chiediamo uno statuto per i frontalieri"
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