Le banche non danno soluzioni alle imprese

Presentata alla Liuc la ricerca di Ernst & Young sulla finanza e il credito alle imprese. Il 92% delle imprese italiane è legato per i finanziamenti alle banche e non utilizza altri strumenti. Lentezza nei processi decisionali e difficoltà a valutare i progetti i punti critici del sistema bancario

«Non sparate sul pianista». Felice Castiglioni, responsabile territoriale di Ubi Banca Bpb di Busto Arsizio, ha messo subito le mani avanti, cosciente che questo non è un momento storico favorevole all’immagine delle banche. Davanti a sé aveva imprenditori, professori e ricercatori della Liuc di Castellanza intervenuti per ascoltare e commentare i risultati di una ricerca sulla finanza e il credito per le imprese realizzata da Ernst & Young.
La battuta del manager di Ubi la dice lunga su quanto sia difficile in questo momento il rapporto tra banche e imprese, difficoltà confermata dagli interventi. Catry Ostinelli (Liuc) ha fin da subito evidenziato i difetti di comunicazione di questo rapporto: se da una parte la ricerca evidenzia la disponibilità delle imprese a garantire con una certa periodicità le comunicazioni, dall’altra ci si chiede cosa comunicare all’istituto di credito, soprattutto se le cose vanno male, e quando comunicarlo. Le aziende però non propongono solo un indebitamento sostenibile ma chiedono alle banche qualcosa di più: «di capire il business». Quest’ultimo aspetto mette a nudo una delle criticità più evidenti del sistema bancario italiano, sottolineata da Paolo Masciandaro, chief financial office di Inticom spa – Yamamay, una delle case history della giornata. «La capacità delle banche di valutare i progetti – ha detto Masciandaro – è rimasta ferma ai tempi di quando andavo all’università. Anzi c’è stata una regressione, perché l’interlocutore bancario ti chiede lavoro e non ti propone soluzioni».
«I concorrenti stranieri, soprattutto i tedeschi, quando trattano hanno già anche la proposta di finanziamento. Mentre noi rincorriamo la richiesta. C’è bisogno di un approccio più propositivo da parte della banca, quasi commerciale» ha aggiunto Luca Bianchi della Cannon Group.
Alessandro Cortesi (Liuc) ha rincarato la dose: «Le banche stanno con le orecchie allargate per capire i primi segnali di deterioramento del credito, per chiedere all’impresa di rientrare. E’ normale che se il voto a scuola è brutto si comunica con difficoltà».
«Le banche – continua Cortesi – sono molto lente nei processi decisionali e così l’imprenditore pressato dai tempi chiede il concordato. Dopo 4 anni di ristrutturazioni le banche non si sono ancora attrezzate per affrontare queste situazioni. Devo però riconoscere a Ubi il fatto di aver sempre dato una risposta».
La ricerca di Ernst & Young rivela un’altra caratteristica del sistema italiano: il rapporto simbiotico con gli istituti di credito. Il 92% dei finanziamenti delle imprese italiane passa infatti dalle banche, mentre pochissimi si rivolgono al private equity, a differenza del sistema anglossassone dove il 50% delle aziende dipende dal sistema bancario e il restante 50 % si rivolge ad altre forme di finanziamento.
In questo momento Ubi Bpb ha bisogno di aumentare gli impieghi «ma c’è carenza di richiesta» ha detto Castiglioni. Difficile dire se le cose miglioreranno, di certo è cambiato lo scenario in cui le stesse banche si muovono. «Ci sono due elementi di novità – ha concluso il manager di Ubi -. Gli enti regolatori sono sovranazionali e quindi andare a chiedere patrimoni al mercato non è una banalità. Inoltre, a partire dal primo gennaio 2014 i primi 50 gruppi bancari in Europa saranno sorvegliati dalla Bce».

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Pubblicato il 19 Giugno 2013
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