Don De Lillo si racconta a Torino
Il grande scrittore americano è stato ospite alla Holden intervistato da Martino Gozzi
Don De Lillo è uno degli scrittori più conosciuti del nostro tempo al pari di altri giganti come Philip Roth e Foster Wallace, e con le sue parole ha tracciato la contemporaneità americana, e non, in modo esemplare e amaro da più di quarant’anni.
Magro, in jeans e golf, non particolarmente alto e con un cappellino con la visiera blu, l’ho visto entrare dal General Store della Holden di Torino accompagnato da Martino Gozzi, direttore operativo della scuola, e da uno scroscio di applausi degno del suo nome.
Ma cominciamo dall’inizio. Martedì 25 ottobre il mito di tutti gli aspiranti scrittori si è unito alla giostra di sceneggiatori, registi, scrittori, poeti e tanti altri che la scuola Holden di Storytelling e Performing arts di Torino offre alle nuove matricole per tre settimane. Prima dell’incontro le regole sono chiare e severe: niente video, niente richieste di selfie, niente foto rubate e estrema puntualità.
Sono le dieci e mezzo della mattina di martedì, e dire che il General Store, per i prosaici la sala comune, è affollata è un eufemismo: vi sono stipati dentro non solo tutti gli studenti del primo anno, ma anche quelli del secondo, alcuni maestri della scuola e qualche giornalista.
Dopotutto, Don De Lillo è un gran nome. L’incontro è più che altro un’intervista in cui Gozzi si concentra inizialmente sull’ultimo libro di De Lillo, Zero K, romanzo che riflette sulla posizione degli uomini di fronte alla morte, la lotta disperata per sfuggirle e la cruda consapevolezza della finitezza della vita.
Nella storia, il punto di vista è quello del figlio Jeffrey Lockart, che racconta come il padre Ross e la sua seconda più giovane e amata moglie, intendano utilizzare la criogenia per salvare i loro corpi in attesa di essere rianimati dalla scienza in un futuro creduto prossimo.
Dopo aver indagato i personaggi, in particolare la figura del padre, Gozzi e DeLillo passano a tutta la produzione letteraria dello scrittore, da Cosmopolis a Rumore Bianco, da Underworld a Stella di Ratner, evidenziando in particolare due punti comuni a tutti: l’importanza dell’uso della frasi e la centralità dei luoghi.
Lo scrittore afferma infatti che, ispirandosi in parte a Ernest Hemingway, preferisce usare periodi brevi e coincise con l’intento di costruire belle frasi perché, secondo lui, solo queste possono creare una bella storia, una storia degna di essere scritta e letta.
In DeLillo è in oltre nota la frequente ripetizione di alcune parole all’interno del romanzo, non poste nella pagina in maniera casuale, ma in modo da offrire una chiave di lettura differente dalla trama principale, una sottotraccia nascosta agli occhi dei più.
Quando Gozzi gli chiede infine quanto siano importanti i luoghi per e nella sua scrittura, De Lillo si ferma un secondo e aspetta, girandosi il microfono in mano, prima di rispondere: in quel momento, dello sguardo sfrontato che ha in molte foto ufficiali non c’è quasi nulla.
È vero però, che gli occhi sono nascosti al pubblico da quel cappellino a visiera blu da cui non si distacca un secondo; sembra quasi che sia proprio quello a tenerlo dritto sulla poltrona, come se togliendolo dovesse afflosciarsi la maschera di grande cinico scrittore e mostrarne il volto reale.
Ma è solo un istante, un secondo e riprende a parlare esattamente come prima, spiegandoci come i luoghi siano il punto focale del suo lavoro. Non solo l’idea di molti dei suoi romanzi, dice, sono scaturiti da un paesaggio, un ambiente particolare che si è impresso a fuoco nella sua mente, ma spesso utilizza microcosmi per riferirsi a macrocosmi, al mondo intero.
Quando, dopo qualche altra domanda, Gozzi lo ringrazia per la sua presenza e poi tace, le ultime parole al microfono di Don DeLillo sono per noi, per gli studenti della scuola Holden, di cui spera e augura alla maggior parte di poter fare la sua stessa meravigliosa esperienza, e imparare profondamente dalla letteratura come ha fatto lui.
Per due minuti buoni l’unico rumore che si sente è il battito di mani di tutti i presenti, un segno di onore e rispetto verso un vero dio della scrittura moderna.
Poi è il tempo degli autografi.
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