Positivo al Covid, ma il tampone si fa solo una volta che è finito in ospedale
L'ex sindaco casoratese Giuseppina Quadrio racconta la storia del marito, la cui positività al Covid-19 è emersa solo dopo il ricovero, dopo alcuni giorni di sintomi
«Non c’è nulla di cui vergognarsi, la malattia non è una colpa». Parte da qui Giuseppina Quadrio, ex sindaco di Casorate Sempione, nel raccontare l’esperienza della sua famiglia.
Lo fa a viso aperto, nella convinzione che l’interesse pubblico prevalga sulla privacy della sua famiglia.
«Mio marito ha fatto alcuni giorni in cui non era in proprio forma: domenica ha avuto la febbre alta e abbiamo chiamato la dottoressa dell’Ats Insubria. È stato visitato, ma senza che gli venisse fatto un tampone o un test sierologico. Solo lunedì, su richiesta della nostra dottoressa che abbiamo ricontattato, è stato ricoverato e a quel punto è risultato positivo, quando già aveva la febbre molto alta».
L’ex sindaco precisa che non vuole polemizzare, ma fare un richiamo generale: «Noi già da giorni non facevamo entrare nessuno ed eravamo chiusi in casa. Io starò nuovamente in casa, mi son fatta un tampone e rimarrò chiusa in casa ancora quindici giorni. Ma mi chiedo: come si possono tutelare le persone così, se si arriva fino al ricovero in ospedale prima di accertare un caso?».
«Ci siamo attivati personalmente per avere un esito veloce del tampone ed essendo in quattro abbiamo speso 368 euro. Dov’è la sanità che pure è giustamente paghiamo? Tutti sono in grado di affrontare tali spese? L’esito del tampone fatto in ospedali sarebbe stato consegnato dopo quattro giorni».
Il marito della signora Quadrio, per fortuna, è persona attiva e le prospettive sono buone. «Lui va anche in montagna: nel loro gruppo di amici c’era già stato un caso e anche in quel caso si sono contattati tra di loro, per vie personale», mentre il tracciamento non è arrivato a individuare preventivamente il rischio. E allora l’appello è anche un appello alla responsabilità dei singoli e al ruolo delle istituzioni: «Non c’è nulla di cui vergognarsi, la malattia non è una colpa, può capitare. Ma proprio per questo bisogna tutelare chi magari ci pensa meno o ha timori a farlo sapere».
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