Crac, crac, crac… crash!
27 Agosto 2007
Egregio direttore,
Le chiedo gentilmente di voler riprodurre l’analisi dei prodromi del crac borsistico, che ebbi a inviarLe a suo tempo e che fu da Lei pubblicata in codesta rubrica, affin-ché chiunque possa verificare, integrando i dati di quattro mesi fa con quelli di questi ultimi drammatici giorni, la pertinenza e la veridicità della descrizione, della spiega-zione e della previsione dei catastrofici sviluppi di tale crac, aggravati, estesi e accelerati dall’esplosione della bolla immobiliare americana. Naturalmente, descrizione, spiegazione e previsione sono formulate sulla base di una sintesi critica tra l’evidenza dei dati empirici e la coerenza dell’apparato teorico, che solo il marxismo, in quanto conoscenza scientifica della formazione economico-sociale capitalistica, è in grado di fornire.
“Dopo il ‘martedì nero’ dello scorso 27 febbraio – un autentico terremoto seguito da uno ‘sciame’ di scosse sismiche non ancora esaurite -, mentre l’opinione pubblica italiana era ipnotizzata dagli storici eventi della riesumazione del governo Prodi e del festival di Sanremo, l’enfasi dei mass media sull’andamento delle borse, rivelando il carattere sempre più isterico dell’ideologia dominante, ha ceduto il campo ad una crescente apprensione. In quel ‘martedì nero’ il Vecchio Continente ha bruciato in un sol giorno 272 miliardi di euro di capitalizzazione; in cinque giorni l’indice dei titoli ha perso il 2,74%, nonostante i rialzi degli ultimi tre giorni; Piazza Affari, dal canto suo, ha fatto segnare nel finale un calo del 3,2% e fra i titoli del listino milanese spicca la Caporetto finanziaria della Fiat (-4,80%), di Mediolanum (-4,88%), così come di Lu-xottica (-5,02%) e di Buzzi Unicum, che cede ben il 6,74%.
Sempre in quel giorno il crollo della borsa di Shanghai ha provocato ripercussioni in tutti i principali santuari della finanza occidentale: Parigi chiude con una perdita dello 3,1%, Francoforte scende a -2,9% e Londra a -2,17%; Wall Street, infine, segue il crollo della borsa di Shanghai con una spettacolare riduzione degli ordini di beni durevoli (-7,8% a gennaio). Sembra di assistere, in forma aggravata, alla stessa concatenazione della crisi del 1929, perché sotto il crollo delle borse si intravede la buia voragine di una crisi economica legata ad un’abnorme estensione della moneta creditizia.
Per anni e anni, la natura sempre più parassitaria del capitalismo è stata codificata nell’idea che la speculazione finanziaria determini l’economia reale. In realtà, mentre l’aumento della speculazione che precedette la grande crisi del 1929 fu del 12%, negli ultimi 20 anni si è avuto un aumento del 25% e avanza minaccioso lo spettro di una probabile crescita dei tassi di interesse che, riducendo la liquidità, agirebbe come un potente dispositivo di freno innestato all’improvviso su un treno che corre a 200 chilometri all’ora (causandone in tal modo il probabile deragliamento).
Sicché, se è vero che quelle a cui stiamo assistendo non sono altro che variazioni sul classico tema del capitalismo (‘come aumentare il valore iniziale investito?’), è altrettanto vero che la bolla speculativa trae origine dalla recessione produttiva iniziàtasi nella prima metà degli anni ’70 e dalla crisi degli accordi di Bretton Woods (1944), ossia dal crollo del sistema dei cambi fissi e dal blocco della convertibilità del dollaro in oro, che furono la logica conseguenza di quella recessione e dettero il via ad una speculazione che, da allora in poi, ha proceduto con ritmo esponenziale. Lungo questa rovinosa direttrice, il Giappone, con il crac dell’inizio degli anni ’90, è stato il primo paese industriale a pagare il conto di arrischiate operazioni speculative. La concentrazione delle transazioni finanziarie sui fondi di investimento e, in particolare, sui fondi pensione (si pensi, per fare un solo esempio, che la proprietà dell’IBM appartiene al fondo pensioni dei lavoratori della California), quindi lo spostamento della maggior parte delle transazioni dalle obbligazioni alle azioni sono in tal senso elementi rivelatori.
Ma è stata soprattutto la trasformazione del lavoro salariato in lavoro precario che ha costituito la linfa vitale della speculazione. Parimenti, le politiche economiche dei governi occidentali, fossero essi di centro-destra o di centro-sinistra, hanno mirato, a partire dagli anni ’80, con la riduzione della spesa pubblica e dell’inflazione, a creare, per un verso, le condizioni ottimali per la speculazione e, per un altro verso, quando necessario, ad evitare, con poderose iniezioni di credito, il crollo di questo ‘capitalismo da casinò’. Se si pensa che l’inflazione negli anni ’70 si aggirava sul 20%, l’enfasi posta sul contenimento dell’inflazione (oggi intorno al 2,5%) si spiega solo con la necessità di dare spazio alla speculazione finanziaria la quale, se aumentasse il tasso di inflazione, si ridurrebbe a zero.
Il crac delle borse mondiali mette in luce la vera causa della crisi, che la teoria marxista individua nella sovrapproduzione assoluta di merci, capitali e forza-lavoro. La crisi di sovrapproduzione fornisce, quindi, la base e lo stimolo della sovraspeculazione, la quale a sua volta determina gli sbalzi sia delle monete che dei titoli. Come dimostrano la dinamica contraddittoria del commercio mondiale, con l’impatto esplosivo della Cina e dell’India sul mercato mondiale, e le conseguenti crisi finanziarie, oggi in primo piano, le contraddizioni dell’attuale assetto del capitalismo mondiale, costituito da Usa, Giappone ed Europa, non solo s’inaspriscono, ma sono destinate ad esplodere. Il problema non è più se e quando ci sarà il terremoto; il problema è se consisterà in un’unica scossa o, come sta avvenendo, in una serie di scosse minori. Non si tratta delle profezie di Nostradamus; si tratta di previsioni formulate sulla base di una teoria scientifica. La teoria marxista, come sanno gli stessi economisti borghesi più avveduti, è infatti generosa con chi non le volta le spalle.
In conclusione, la causa fondamentale della crisi va ricercata, oltre che nella ventennale discesa dei salari, nella divaricazione sempre più acuta fra i valori di mercato delle azioni e i ‘fondamentali dell’economia’. Una siffatta divaricazione, generando una continua espansione del credito, non poteva che rendere insostenibile la situazione esistente. Da un lato, l’aumento dei tassi di interesse può portare al crollo del sistema bancario; dall’altro, l’intervento dei governi con politiche di sostegno della domanda (= keynesismo), siccome la base monetaria addizionale si dissolve nella speculazione e non genera ripresa, non è in grado di rimettere in moto l’accumulazione.
Il crac (che è già cominciato con la discesa del dollaro) sta diventando un ‘crash’ e quest’ultimo è l’unica ‘soluzione’ del problema: la grande purga con cui il capitalismo, liberandosi dalla congestione speculativa, realizzerà la coincidenza fra il valore fittizio del capitale azionario e il valore reale del capitale fisso.”



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