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“Dio lo ritroviamo nello sguardo dei bisognosi”

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15 Giugno 2020

Egr. Direttore,

Nella sua omelia di questa mattina, che come al solito è sempre molto interessante, don Angelo qui a San Paolo a Induno Olona ha sottolineato che descrivere Dio attraverso tutte le certezze delle nostre umane comprensioni, si rischia di dare una rappresentazione errata, perché, piaccia o non piaccia, la figura di Dio rimane e deve rimanere avvolta nel mistero, che sfugge alle capacità di comprensione della mente di tutti gli esseri umani, una premessa certamente molto condivisibile.

Poi però la santa Messa è terminata, ricorrendo la festività del “Corpus Domini”, con la esposizione e la benedizione del Santissimo Sacramento, celebrazione che spesso e volentieri si ripetono nelle liturgie religiose della Chiesa Cattolica, ma che per esempio non esistono nelle Chiese Evangeliche e Protestanti.

Quindi alla fine quel Dio, che nella premessa della omelia non può essere rappresentato con certezza, di fatto si è materializzato nell’ostia consacrata: Si dice e si sostiene che nell’ostia consacrata c’è la presenza reale di Gesù Cristo come figlio di Dio, un Dio quindi da adorare.

Quella del “Corpus Domini” è una festività sancita da uno dei tanti dogmi della Chiesa Cattolica, ma che non trova alcun riscontro nelle pagine dei Vangeli: Se Dio è il Padre nostro che invochiamo nella preghiera che ci ha insegnato Gesù Cristo, non credo che nessuno di noi abbia mai sperimentato nella propria vita un atto di adorazione il proprio padre biologico. Se poi tutti condividiamo che Dio è amore, mi risulta molto contraddittorio fare un atto di adorazione dell’amore.

Il mio amico don Sergio di Corgeno, parla espressamente che i “nostri egoismi, spesso, ci portano a formalizzare i riti, a farne liturgie barocche dal vago sapore magico, elaborando il tutto secondo lo schema del dare per avere e manifestando così una relazione individualistica con Dio, che non ha niente a che fare con la logica della comunione e della condivisione.”

Quello di adorare Dio fa invece parte invece delle tradizioni pagane della storia dell’Impero Romano, dove gli imperatori, proclamandosi degli dei, obbligavano il popolo a queste manifestazioni arcaiche di adorazione.

Si rischia così di dare una visione distorta di Gesù Cristo e di Dio, perché Dio non lo troviamo in nessuna delle rappresentazioni sacre delle immagini che la storia ci ha tramandato. Il volto di Dio lo ritroviamo nello sguardo di tutti coloro che soffrono, dei poveri, dei sofferenti, degli immigrati, dei malati, di coloro che sono stati meno fortunati, costretti a sopportare sulle loro spalle tutte le pene delle loro croci personali, partorite dalla povertà, dalle guerre, dalle ingiustizie sociali.

Fare un atto di adorazione nei confronti dell’ostia consacrata si rischia di illudere i fedeli che il nostro compito si esaurisca in questa manifestazione esteriore ma che a mio parere servono poco a costruire il Regno di Dio. Sarebbe un grave errore anche da parte della Chiesa Cattolica, pensare di uscire dalla propria crisi causata anche dalla pandemia del corona-virus, attraverso la riproposizione di rappresentazioni religiose tradizionaliste, accentuando quel clericalismo di cui invece ci si dovrebbe liberare e che ci impediscono di umanizzare quel mondo sempre più difficile da evangelizzare, forse anche per nostra responsabilità.

A me personalmente risulta molto difficile pensare di imprigionare Gesù Cristo o Dio in una ostia consacrata, in una chiesa o in un tabernacolo, quando tutti sappiamo che Dio è quello Spirito Santo presente in ogni luogo, in tutta la bellezza del creato, che troppe volte distruggiamo con le guerre, con il nostro egoismo e con le nostre profanazioni umane.

Emilio Vanoni Induno Olona 14 giugno 2020

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