I tristi e irrazionali apologeti del capitalismo (e del sionismo)
15 Febbraio 2007
Egregio direttore,
la lettera con cui Vittorio Maggi (cfr. 14 febbraio) presume di confutare l’intervento critico-polemico di Gianni Mentasti (cfr. 12 febbraio) contro l’equiparazione tra antisionismo e antisemitismo istituita da un Presidente della Repubblica più preoccupato di rassicurare i ‘poteri forti’ mondiali che non di solidarizzare con la causa dei popoli oppressi, oltre ad essere un esempio da manuale della distopia anticomunista, è illogica, poiché, prescindendo dalla limpida e serrata argomentazione logico-dialettica sviluppata da Mentasti, lo rimprovera incongruamente (e anapoditticamente) per non aver messo sullo stesso piano antisionismo e islamofobia.
Un rimprovero che muove dal presupposto, che non saprei dire se più falso o più infantile, di una sorta di ‘par conditio’, la quale dovrebbe essere applicata in modo sinallagmatico a soggetti, quali lo Stato di Israele e i palestinesi (ed altre coppie opposizionali similari), che sono del tutto asimmetrici dal punto di vista del potere economico, politico e militare, abolendo così, con un colpo solo, la necessità dell’analisi, il diritto alla critica e il valore della giustizia.
Per quanto concerne, poi, il giudizio espresso sulle “democrazie popolari”, non vi è materia di discussione, poiché, se da un lato ritiene di archiviare con un linguaggio sprezzante e triviale esperienze grandiose (momentaneamente sconfitte) di superamento delle società fondate sulla proprietà privata borghese e sullo sfruttamento capitalistico, ignorando, come è costume dei più ottusi reazionari, la grande spinta emancipatrice da cui nacquero tali esperienze, dall’altro il sullodato signore, come il dottor Pangloss del “Candide” di Voltaire, sembra così convinto di vivere nel migliore dei mondi possibili, quello, per l’appunto capitalistico e imperialistico, da considerare come fenomeni irrilevanti o trascurabili le conseguenze prodotte dai meccanismi di funzionamento su cui tale mondo basa il suo sistema di sfruttamento e di dominio.
Dunque, non solo il fatto che già oggi un miliardo di persone è condannato alla morte per fame; non solo il fatto che i “milioni di disperati, in gran parte islamici”, evocati con malcelato disprezzo al termine della lettera del suddetto signore, si trasferiscono nell’Occidente capitalistico e imperialistico (non per motivi turistici ma) perché costretti dalla coercizione, ad un tempo brutale e silenziosa, esercitata in modo apparentemente oggettivo dalle leggi economiche dello scambio ineguale, dell’appropriazione delle materie prime e dell’impoverimento di massa, imposte ‘per fas et nefas’ dalle classi dominanti dei paesi ricchi ai paesi poveri; non solo quanto richiamato in precedenza, ma anche il sempre più diffuso e sistematico sfruttamento della forza-lavoro negli stessi paesi ricchi, posto in atto attraverso la nefasta triade della mobilità, della flessibilità e della precarietà, che consegna ad un futuro di impoverimento, incertezza e insicurezza le nuove generazioni dei lavoratori salariati di paesi, con la cui ideologia e con la cui pratica può identificarsi soltanto una vittima dell’alienazione o un esponente delle classi privilegiate.



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