La maturità è una formula?
30 Aprile 2020
Egregio direttore,
Dalle Torri Gemelle, al Corona virus, può essere cessata almeno questa catastrofe?
Mi presento, sono della classe 2001, avevo pochi mesi dal disastro delle Torri gemelle. Mi piace, analogicamente, considerare me e i miei coetanei come già resilienti dalla nascita, avendo “assistito” a una delle catastrofi più famose dell’età a noi contemporanea.
Arriviamo così all’anno 2019-20, il diploma. Bellissimo momento, per alcuni addirittura al di sopra dell’evento stesso, quasi sublimato. Molto bello quanto non vivibile. Ovviamente si parla di quello che già tutti conoscono. Studiando un virus nel primo quadrimestre della quinta non avrei mai pensato di dovermi poi confrontare davvero con esso, e in questo non sono sola. Si dice che sia democratico, siamo tutti sullo stesso livello e stiamo soffrendo tutti parecchio, anche se su piani diversi.
In Italia ci sono purtroppo ragazzi che hanno perso i nonni, che hanno i genitori che lavorano in ospedale, li vedono tornare a casa stremati senza sapere come essere utili, e il loro unico obiettivo dovrebbe essere focalizzarsi “solo” sulle lezioni a distanza. Ma è davvero così?
No. Assolutamente, nella maniera più profonda e ontologica no.
Io sono privilegiata, anche se ho una connessione non perfetta e condivido un computer, ma mi rendo conto di quello che succede attorno a me e si percepisce tristezza e desolazione.
Pensieri profondi, per carità, ma il focus? Ora ci arrivo.
L’obiettivo è far passare una timida voce, la voce di una studentessa, che nel contempo si rivede nel disordine degli altri. Disordine, dispersione. E’ esattamente il sentirsi spaesati la cosa peggiore adesso.
Maturità? 40 punti solo per l’orale? Esattamente perché?
Tante persone, io per prima, non funzionano bene durante l’orale, che a quanto pare è diventata la cosa che conta di più su un percorso di cinque anni. Un orale disorganizzato, e profondamente disomogeneo, che non tiene conto delle vere potenzialità di ogni studente.
In più orale in presenza, ma davvero? Spieghiamo un attimo i vari fattori da sommare, del resto sono pragmatica:
– normale agitazione, classica e quasi sana di un’esame
– agitazione di un’unica prova, per di più orale
– smarrimento, verso un futuro universitario per il quale adesso non siamo guidati nella scelta; è più importante l’esercizio per domani che l’incertezza per IL domani
– vedere i professori, in un ambiente che a te dovrebbe essere famigliare, imbottigliati dietro a plexiglass e mascherine (tra l’altro tutte accortezze molto costose per la scuola), e tu compresa ovviamente
– e ultimo, ma non per importanza, aggiungere tutto l’affetto e vicinanza che si dovrebbe avere coi compagni, che evidentemente non si può avere, in un momento così delicato e importante, in cui viene richiesta concentrazione e quasi freddezza e mancanza di empatia
Considerato questo, vale davvero la pena? Vale la pena fare un esame del genere, dal quale non usciremo sicuramente maturi, ma sono a pezzi ricuciti come dopo un trauma, grande o piccolo che sia? Da quanto si è capito per me la risposta è no.
Scrivo questo come sfogo, ma sperando, molto ingenuamente, che possa essere un vero tramite per far pensare su questo esame e considerare davvero il percorso dei cinque anni. Per essere un aiuto a noi, e ai nostri professori, come noi smarriti verso un’esame che non è pronto. Per far sì che, per una volta, i giovani vengano davvero presi sul serio, come teste pensanti e consce di quello che sta accadendo.
Per fare in modo che non ci si senta più “come d’autunno, sugli alberi, le foglie” come sosteneva Ungaretti.
Sperando che qualcosa del mio disordine emotivo sia passato, sinceramente
una studentessa della classe 2001″



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