La paura di stare fermi
9 Marzo 2020
Buongiorno a tutti.
Accolgo con piacere il Vostro ultimo editoriale e, come già fatto in altre occasioni, mi permetto di dire la mia.
Ho appreso una certa esperienza in termini di isolamento, non per mia scelta, e per questo, credo sia più semplice, per me, capire ciò che sta succedendo in Italia, in queste settimane drammatiche. L’Italia ha scoperto un nemico che non conosceva e si chiama “paura di fermarsi”. È una paura che abbiamo nel DNA, con la quale dobbiamo fare i conti spesso, resistente a molte speranze. Ci hanno insegnato che chi si ferma è perduto, ed è vero. Purtroppo, chi si ferma perde, e la perdita è catastrofica, irrecuperabile.
La nostra società ci ha cresciuti secondo un criterio fondamentale e imprescindibile basato sulla corsa. Una corsa ritmica, costante, per la quale ci vuole fiato. E, purtroppo, chi non ha fiato a sufficienza è spacciato.
La paura di perdere, quindi, è il veicolo sul quale viaggia indisturbato il Coronavirus.
La paura di perdere può ( e deve) essere sconfitta.
Come?
C’è un solo modo ed è drastico, coraggioso e, immagino, vi potrebbe far eliminare questa mia lettera.
Il fatto è che lo stato italiano è stato assente, per troppo tempo. Il cittadino si è impoverito, di spirito e denaro, è rimasto solo, in balia di se stesso, abbandonato a se stesso. Ha corso una corsa impari, ad ostacoli, alcuni insormontabili. Ma ha continuato a correre, evitando il fermo come la peste, pena fallimento della sua intera vita. E, chi si è dovuto fermare, non per propria scelta, è caduto inesorabilmente nel baratro della solitudine, nell’inferno dei Senza.
Ora, esiste solo una possibilità che induca l’Italia a fermarsi e abbattere gli effetti dello scenario catastrofico che abbiamo davanti : lo stato, adesso e con urgenza, dovrebbe elargire una somma in denaro sufficiente alla sussistenza, per ogni singolo cittadino maggiorenne, senza differenza di sesso, età, Nord e Sud, quoziente intellettivo e/o stato civile.
La paura si deve combattere con mezzi straordinari, le poesie non servono più; l’emergenza che stiamo vivendo può essere superata ma per farlo le scelte ordinarie, quelle conosciute e già applicate, non funzioneranno.
Mi permetto di scrivere qualche idea:
Lo stato dovrebbe elargire una somma in denaro per ogni singolo cittadino maggiorenne. Una somma fissa, a vita, una sorta di pensione anticipata. L’importo potrebbe essere elargito attraverso la rete comunale, contenere l’obbligo di spesa documentata con inserimento del codice fiscale per almeno l’80% dell’importo elargito. La somma andrebbe spesa preferibilmente in aziende e/ o servizi del territorio. Un circolo vizioso di entrate e uscite, insomma, tutte tracciabile. In cambio, il cittadino si impegnerebbe a proporsi come volontario in servizi sul territorio a seconda delle capacità acquisite, dello stato di salute e delle esigenze dell’area suddetta, prevalentemente in smartworking (stato obbligatorio nei mesi dell’emergenza). L’opera del volontario non potrà in alcun modo entrare in conflitto con l’ente o col dipendente del servizio e dovrà essere ridotto a una limitazione di ore erogate (massimo cinque per settimana);
Dalla proposta suddetta andranno esclusi: politici di ogni partito e grado, personaggi pubblici (attori, presentatori, cantanti, influencer), pensionati. Per gli imprenditori varrà il reddito dichiarato e, per questo, servirà un supporto costante da parte delle Autorità al fine di rispettare le norme fiscali appropriate;
Smartworking per tutti i lavoratori “da tavolo”, di ogni settore e grado (impiegati, liberi professionisti, ecc.). La produzione in azienda potrà continuare in misura ridotta solo se gli spazi dei reparti saranno ampi e aerati. Ma anche in questo caso, i dipendenti potranno lavorare solo su due turni (mattino e pomeriggio), con abbigliamento protettivo, un solo operatore per reparto. Stipendio in misura ridotta nelle settimane dell’emergenza, proporzionato alle ore effettivamente lavorate;
Chiusura totale di tutti i centri commerciali, ristoranti e bar, mense aziendali. I dipendenti usufruiranno delle ferie, pagate in misura ridotta;
Eliminare immediatamente i benefit elargiti in misura sproporzionale ai manager, nel settore pubblico e nel privato;
Fermo di mezzi di trasporto pubblici urbani ed extraurbani in queste settimane di emergenza. Ne consegue che chi non avrà mezzi propri per raggiungere il posto di lavoro si dovrà assentare per ferie e/o permessi.
Gli alimentari dovrebbero chiudere al pubblico. Attraverso una rete comunale, ogni famiglia o singolo cittadino dovrebbe avere la possibilità di richiedere una spesa settimanale che gli verrà consegnata direttamente al proprio domicilio da personale o volontari equipaggiati da abiti di protezione. All’interno del supermercato, la suddivisione lavorativa dovrebbe essere di una persona, massimo due per reparto, anche loro debitamente attrezzati con abiti di sicurezza; i dipendenti che resteranno a casa saranno considerati in ferie.
Abbuono (non sospensione) di rate di mutuo, assicurazioni, finanziamenti, Tari, Tasi, Iva, Irpef/Irap, utenze varie per almeno sei mesi;
Alla classe politica di ogni grado, di qualsiasi partito, non verrà elargito stipendio ne alcun benefit per un anno, salvo deroga.
Lo stato dovrebbe emanare un decreto urgente che obblighi le aziende sanitarie private italiane a mettersi al servizio, in termini di apparecchiature, posti letto e personale medico, per sopperire le mancanze del settore pubblico. Il costo delle prestazioni sarebbe interamente gratuito per il paziente, il posto letto gratuito per lo stato, la competenza medica dello specialista andrebbe conteggiata come da retribuzione pubblica base;
Lo stato italiano dovrebbe introdurre un quota fissa che ogni cittadino dovrà versare mensilmente nel conto sanità pubblico. Una cifra pari al 10% dell’importo precedentemente descritto come sostegno alla persona.
In ambito sanitario, lo stato dovrebbe aggiustare la questione tra il pubblico e il privato. E’ in corso a una fuga di medici che, approfittando di regole inesistenti, decide di buttarsi nel privato. Il risultato è che : nei festivi i medici non lavorano, i costi di una visita sono sostenibili solo da pochi fortunati, gli esami e le visite nel pubblico prevedono tempi biblici. In ragione dell’emergenza che stiamo vivendo, tutti i medici diventerebbero al servizio del pubblico. Un po’ come in guerra, quando vengono chiamate alle armi anche i sessantenni. A emergenza finita (si spera presto), le regole per il settore privato andrebbero rimodulate. Il medico lavora in ospedale, regola ferrea e imprescindibile. La via mista non dovrebbe più esistere e per i medici che nonostante tutto dovessero scegliere il settore privato si dovrebbe prevedere un incremento del prelievo fiscale pari al 70% del reddito annuo dichiarato.
Infine, mi auguro che abbiate avuto il coraggio di leggere fino in fondo e che non consideriate le mie idee, un assolo pazzo e ingiustificato. Sono idee è vero, strampalate forse, insensate, sicuramente. Ma, come ho scritto poc’anzi, l’emergenza che il nostro paese sta vivendo deve diventare una risorsa. Il paese che abbiamo conosciuto non esisterà più quando tutto sarà finito, prima ce ne rendiamo conto meglio è per tutti. E, allora, questo è il momento di iniziare a lottare seriamente, mettendo in gioco le idee più folli che abbiamo.
Ringrazio per l’attenzione e vi auguro buon lavoro
Valeria Gatti



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