Referendum, la crisi del Partito democratico
14 Settembre 2020
Egregio direttore,
per certi versi la decisione del Pd di votare SI al prossimo referendum costituzionale al taglio dei parlamentari è incomprensibile. Dopo che ben tre volte in Parlamento ha votato contro, solo adesso, perché costretto dal patto di governo con il M5S, decide di votare SI, ma con motivazione semplicemente populistiche: votano SI perché questo è l’orientamento generale della pubblica opinione. Non sono i valori e i principi che possono fare da guida a questo partito, ma il qualunquismo della gente. Perché chi vota SI esprime giudizio sommario negativo contro il Parlamento al punto tale da mettere in crisi gli stessi valori della democrazia. E lo scrive uno che in questi giorni è stato riempito di insulti per circolare nel nostro paese in difesa del Parlamento e della democrazia, nel fare la propaganda per il NO.
In questi giorni anche lo stesso Luciano Violante, storico parlamentare del Pci e del Pd, su Repubblica, ha messo in guardia dai pericoli di questo referendum sulla crisi della rappresentanza, nel seminare sfiducia totale della politica, contro un Parlamento ormai considerato il luogo di tutti i mali del nostro Paese.
Illusorio è poi pensare che il SI possa avere una connotazione riformatrice, una iniziativa partorita da un movimento politico nato con la parola d’ordine “vaffanculo” costretto poi a governare senza averne le capacità. Un movimento senza storia, valori o linea politica, se non l’umore della gente qualunque, che si esprime attraverso la piattaforma Rousseau gestito da un imprenditore privato, capo di una ditta di nome Davide Casaleggio. Un movimento deciso a portare avanti le sue battaglie contro il Parlamento con l’introduzione dei Referendum propositivi, il vincolo di mandato, togliendo al parlamentare eletto il suo bene più prezioso, la libertà, con il rischio che in caso di dimissioni e crisi di governo, senza una nuova legge elettorale, si possa generare un caos istituzionale dagli esiti imprevedibili.
Quello che è certo che con la vittoria probabile del SI si rischia di delegittimare il Parlamento, spianare la strada con l’esclusione delle minoranze dal Parlamento, una drastica diminuzione del pluralismo, portare a nuove forme di autoritarismo e legittimando la richiesta delle destre per l’avvento del presidenzialismo. Tutto questo comporta la vittoria del SI. Pensare poi che questo Parlamento diviso su tutto, possa partorire un nuova legge elettorale seria e decente è semplicemente demagogico: siamo l’unico paese europeo che ogni qual volta si va a votare, cambia legge elettorale!
Nicola Zingaretti sa dei rischi che sta correndo, paventando già una Caporetto del suo partito anche dopo l’esito delle elezioni regionali che potrebbero portare ad una sua sonora sconfitta. Infatti in alcune piazze delle città più importanti circola già un anonimo governatore che potrebbe prendere il suo posto in casi di dimissioni, illudendosi che cambiando segretario si possa risolvere la crisi politica del PD!
Emilio Vanoni – Induno Olona
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Premetto che non mi importa un fico secco della crisi di qualche partito o dei giochini per la caccia al voto (anche per la Costituzione sono importanti i cittadini e non i partiti).
Non vedo come il referendum delegittimi il Parlamento: non si chiede di abolirlo né di ridurne i diritti, bensì di ridurre il numero dei membri in modo da ridurne i costi e, si spera, da renderlo più snello e operativo. Così come è adesso non mi sembra che funzioni molto bene.