
Oylem Goylem, elogio dell’esilio
Moni Ovadia conclude la Stagione teatrale comunale. Il trionfo del teatro yiddish

Marc Chagall raccontava che quando era ragazzo, senza un kopeco in tasca, e in città arrivava il grande cantore yiddish Sholem Aleichem, non riusciva nemmeno ad arrampicarsi sulla staccionata solo per intravederlo, tanta era la folla. Il riso che Aleichem scatenava nella gente, con i suoi racconti sugli Shtetl (i villagi ebraici dell’Europa orientale), sulla cittadina di kravilevke e i personaggi che la popolavano, restituivano al popolo errante la felicità, quella felicità che nella vita di tutti i giorni era sempre in bilico, precaria come solo puo’ esserla quella di un popolo in esilio. Il critico Baruk Rivkin affermava che Sholom Aleichem dava agli ebrei dell’Est un territorio narrativo per compensarli della mancanza d’un territorio nazionale.

Quel riso ancora oggi lo scatena Moni Ovadia, ebreo Bulgaro, trapiantato a Milano, con il suo “Oylem Goylem”, spettacolo di cabaret yiddish. Uno spettacolo che come lui stesso definisce è un elogio, una glorificazione dell’esilio.
Quello di Moni Ovadia è un percorso di ricerca delle radici ebraiche iniziato a metà degli anni Ottanta, con la riscoperta in Italia della musica klezmer e continuato incessante ed erratico fino ad oggi. Oylem Goylem, il mondo è scemo, è una rappresentazione della realtà diversa, che parte dall’incertezza, da ciò che non si ha, dalla precarietà che accompagna il vivere quotidiano dell’ebreo errante. Un viaggio che ha nella propria consapevolezza interiore, e forse nemmeno sempre, l’unico punto fermo. Dice infatti Ovadia: «Quando parlo, parla l’ebreo Moni Ovadia, e a ben pensare forse, nemmeno, con tutto me stesso».
L’umorismo ebraico mette in crisi e smaschera il pregiudizio, la certezza, l’idelogia. È un antidoto efficace contro l’arroganza, è giustamente feroce contro i potenti. E lo yiddish, babele di lingue, segno che non trova pace come il suo popolo, ne è l’essenza, la giusta espressione.
«Lo Yiddish ancor prima che una lingua è una condizione dello spirito», e quando si assiste ad “Oylem Goylem”, lo si comprende. Le ballate cantate da Ovadia, accompagnato dai bravissimi maestri della Teatherorchestra, colpiscono per la loro intensità, sia che parlino di Bulbes (patate) sia che parlino di Avram Avinu (Abramo padre nostro).
Ovadia scherza su tutti i luoghi comuni riferiti agli ebrei: dal naso adunco, alla tanto famosa intelligenza giudaica, «una perversa calunnia antisemita, e anche delle peggiori. Forse è un assillo cinetico». Quel continuo peregrinare, si è trasformato in una condizione mentale, tanto che l’ebreo errante è anche una forma mentis.
Quanta nostalgia c’è, forte e incolmabile, in quelle canzoni e in quelle storie. Una malinconia così struggente che nemmeno l’allegria del clarinetto e lo squillo della tromba riescono a stemperare. Recita una storiella yiddish: «Una volta ho sentito un vecchio ebreo, che sembrava avere attraversato secoli e continenti dire: la somma degli angoli di cui ho nostalgia è di trecentosessanta gradi».
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