Venticinque anni dopo, Enrico Berlinguer vive
A ripercorrerne l'esperienza umana e politica il direttore di "Liberazione" Dino Greco. Un leader incompreso e coraggioso quello ritratto con rispetto e affetto dall'ex sindacalista
Enrico Berlinguer venticinque anni dopo vive. Vive nel ricordo di milioni di persone, dall’intellettuale impegnato alla casalinga con la quinta elementare. È un riferimento ideale per esperienze successive diversissime, dal PD a quelle dell’identità comunista. Per confrontarsi sui temi della memoria, sulle prospettive di allora che spesso non trovarono sbocco, alla festa di Liberazione di Fagnano Olona era presente il direttore dell’omonimo quotidiano, Dino Greco, già sindacalista di lungo corso con la Fiom. Accanto a lui il segretario provinciale di Rifondazione Comunista Giovanni Bonometti e i giornalisti Federico Bianchessi per La Prealpina e Stefano D’Adamo per Varesenews.
Su Berlinguer si sono scritti volumi a quintalate, spesso mentre era ancora vivo; altri se ne scriveranno in futuro. La sua figura umana, la sua opera di politico, con il passare dei decenni stanno entrando nell’ambito della Storia con la s maiuscola come un momento chiave delle vicende italiane. Se al suo funerale parteciparono almeno un milione di persone (e persino l’"arcinemico" Almirante lo onorò per la sua statura di politico, in un silenzio impressionante), un motivo c’è. Non lo sapevano ancora, ma visto col senno di poi era il funerale delle speranze della sinistra di cambiare questo Paese.
Non solo questione morale nel ricordo di Greco. «Molto di più» avverte: «quanto è noto e spesso ripetuto di lui è la parte più visibile, ma è la sua proposta politica che è stata rimossa». Insomma, un Berlinguer formato "santino", che se ne stia lì buono e non turbi i sonni di una sinistra da ricostruire. In verità il pensiero di Enrico Berlinguer fu molto avanzato. Forse troppo. Risultava "eretico" all’est, con le sue coraggiose lodi al sistema democratico di fronte ai potenti dei regimi di stampo sovietico, come all’ovest, con la sua tesi di fondo di un socialismo da costruire non dall’alto, dirigisticamente, ma fra e con i lavoratori e la gente comune, che lo ricambiò con stima e affetto.
Il segretario del PCI rimase incompreso su tutta una serie di punti, secondo Greco. Quando nel 1976 il partito giunse al massimo del consenso elettorale, Berlinguer, racconta, si pose nell’ottica di fare un salto di qualità. Non ci si poteva più limitare al piano economicistico, del miglioramento delle condizioni materiali del lavoro dipendente: bisognava andare oltre, «per cambiare la società e lo Stato; e dalla prima dovevano scaturire autonomamente le forze del rinnovamento». Una visione generosa ma condannata al fallimento. A prevalere furono da un lato il disimpegno di massa, il rifugio nell’edonismo e nella rincorsa a soluzioni individuali ai problemi; dall’altro l’occupazione partitocratica di spazi di potere in ogni ambito, la demolizione dei diritti del lavoro a cominciare dalla scala mobile messa in soffitta da Craxi, la sconfitta storica del sindacalismo di fronte alle ristrutturazioni industriali. Silenziosa avanzava nel frattempo la rivoluzione dei costumi portata dalle televisioni dell’uomo che da almeno quindici anni è il padrone indiscusso del Paese, che governi o no. Altro che austerità! «Eppure quando gli dissero "dai, svecchiamo e modernizziamo anche noi, come i socialisti"» ricorda Greco, la risposta di Berlinguer fu: «Voi non sapete cos’è la loro vita privata». Quando si dice del privato e del politico.
Trent’anni dopo quella italiana è una società mille miglia distante dalle premesse ideali degli anni Settanta. Berlinguer vide avanzare la disfatta con i propri occhi, tra il 1976 e il 1984, anno della sua morte. Dall’ipotesi del Compromesso storico, «non verticistica ma globale» secondo Greco, passò a quella dell’alternativa di sistema, condannata a un’opposizione sterile dalla democrazia bloccata degli anni della Guerra Fredda. Una democrazia oltretutto minacciata per decenni dal "tintinnar di sciabole" dei golpe più o meno presunti che si tramavano dietro le quinte dei palazzi del potere.
Oggi che «il comunismo non è più un pericolo» per il blocco dominante, l’aggressione verbale e l’odio per questa dottrina politica sono continui e ossessivi. Perchè? «Perchè è un’idea di alterità radicale, in un sistema che vede due forze politiche principali sostanzialmente omogenee fra loro» attacca Greco. Tutto in una società il cui Dio impersonale è il Mercato, tanto che anche i cattolici più avvertiti cominciano a rumoreggiare; in cui concetti come uguaglianza, solidarietà, cooperazione sono stati stravolti «e si sente un’unica parola: competitività». Una società dominata da grandi organismi transnazionali non elettivi, «veri comitati d’affari». A fronte di questi cambiamenti a sinistra «si è dismesso un bagaglio ideologico. Peggio: si è smesso di farsi domande». E secondo Greco lo spettro del comunismo fa ancora paura ai proprio perchè vi si potrebbero trovare delle risposte, oggi come ieri.
Fra gli altri temi toccati da Greco il rapporto con il mondo cattolico, ricco di spunti (anche aneddotici: «ai funerali di Berlinguer a Roma, nella folla enorme c’era un gran numero di suore e preti»), o lo sguardo dell’allora segretario del PCI attento all’America Latina. Da là arrivavano notizie atroci su torture e stragi delle dittature fascistoidi a libro paga della CIA, ma nascevano e crescevano anche la teologia delle liberazione, ardita sintesi di marxismo e cristianesimo, e quel mutamento quasi genetico che ha portato ai tanti governi di sinistra dei nostri anni. Infine, la questione dei simboli e del nome: «si pose già sotto Berlinguer, lui scrisse su Rinascita che non aveva senso». Non c’era contraddizione fra il dirsi comunisti e il perseguire il rinnovamento nell’agire democratico. «Oggi c’è un feticismo dei simboli: falce e martello non ti assolvono dal dovere di essere, davvero, comunista; come c’è un feticismo opposto dello sbarazzarsi dei simboli» analizza Greco, «che maschera forse una più profonda rinuncia a un’idea di fondo in favore di un’identità "liquida"». Il passo successivo, per tutti, è il partito "leggero": così leggero che, nelle urne, non te ne accorgi nemmeno.
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