La razionalizzazione irrazionale della Giunta varesina
L'intervento di Enzo Rosario Laforgia sulla chiusura delle scuole elementari varesine
Razionalizzare: rendere qualcosa conforme a criteri di razionalità e di funzionalità. Questa la definizione del vocabolario. Lo stesso decreto legislativo del 16 aprile 1994, n. 297, all’articolo 51, riguardante il piano pluriennale di razionalizzazione della rete scolastica, non si limitava a fissare meri parametri quantitativi (numero degli insegnanti, delle classi, degli alunni). Suggeriva di considerare anche le «specifiche esigenze socioeconomiche» del territorio, «con specifica considerazione, delle necessità e dei disagi che possono determinarsi in relazioni a situazioni locali».Ma i tempi cambiano e i vocabolari si aggiornano. Nella legge n. 133, del 6 agosto 2008, le scuole sono diventate «punti di erogazione del servizio». Come asettici contatori del gas. La razionalizzazione del sistema di istruzione si è trasformata nella cura virtuosa e risanatrice di una malattia: «Il processo di razionalizzazione dell’utilizzo delle risorse prevede peculiari interventi volti ad eliminare circoscritte, ma non poco onerose, nicchie di spreco e sottoutilizzo delle risorse stesse». (I più maligni hanno tradotto questo ricamo burocratico con una parola sola: tagli.) Quello che mi sfugge, nella vicenda della scuola «IV novembre» di Varese è che l’istituto in questione mi pare funzioni ed anche molto bene. Sembra cioè rispettare i parametri richiesti e, nello stesso tempo, eccelle per la professionalità dei docenti (pubblicamente riconosciuta) e per «la qualità del servizio erogato» (anche se ciò che distribuisce non è un bene di immediato consumo ma una rendita per il futuro della comunità in cui opera). L’assessore ai servizi educativi, Patrizia Tomassini, dichiara a «VareseNews» che «nella relazione tecnica avevamo evidenziato che le uniche scuole che rispondono perfettamente alle esigenze del territorio sono proprio la IV Novembre e la don Rimoldi di San Fermo». Queste parole, pronunciate dall’assessore, hanno un valore particolare, perché la Professoressa Tomassini viene dal mondo della scuola, da quello stesso mondo che ora, obtorto collo, si trova costretta a irrazionalizzare (non è un refuso) seguendo le tortuosità illogiche della politica.(foto sopra: Enzo Rosario Laforgia)
Che ci sia da rendere più efficiente e migliore il sistema educativo è cosa ovvia e scontata. Che sia altresì da rendere più funzionale la distribuzione delle sedi scolastiche è altrettanto ovvio ed altrettanto scontato. Mi sarei aspettato, però, maggior rispetto da parte di chi deve compiere tali scelte difficili. Mi sfugge, ad esempio, il motivo per cui i nostri Amministratori non hanno sentito il bisogno di confrontarsi preliminarmente con i loro Amministrati, cercando di far capire le loro ragioni o cercando di conoscere meglio le realtà su si accingevano ad intervenire. Le scuole, infatti, non sono contenitori vuoti, non sono strutture inerti. Rappresentano il nodo di una rete sociale e culturale che tiene insieme un pezzo di società e di Paese. A volte possono sembrare piazze ariose e soleggiate, a volte grigi e desolati parcheggi; possono sembrare solenni cattedrali o scheletri macilenti. Sono comunque la fotografia, senza ritocchi, della nostra società: con lo sguardo luminoso assetato di futuro e le rughe impietose del decadimento. Insomma, questi benedetti «punti di erogazione» sono oggetti delicati, che meriterebbero di essere manipolati con molta cura e con più rispetto.
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