Il tempio delle calze cade a pezzi
Dopo nove anni dalla sua chiusura gli stabilimenti della Malerba sono ancora agibili, ma in totale stato di abbandono
Vetri rotti, calcinacci, erbacce ovunque, cavi elettrici in vista. Si sono portati via anche due interi tetti di tegole. I capannoni sono tutti aperti. Dentro, a parte un paio di poster ancora appesi alle pareti di quelli che dovevano essere uffici, non c’è alcun segno di quale fosse la produzione.
Quel complesso di strutture alle porte della città, in via Gasparotto, è stato un tempio delle calze. La Malerba, nata nel 1926, ha chiuso i battenti a Varese nove anni fa, dopo aver passato di mano la proprietà alla Esfin di Guido Salfi.
Lo stato di abbandono è totale, ma gli ambienti sono ancora tutti visitabili. È strano, ma questi spazi non sono stati più abitati, nemmeno dai tanti “disperati” che prendono subito di mira capannoni abbandonati facendoli diventare dei veri “condomini della povertà”. Gli unici segni di vita sono quelli lasciati dai writers: troppe pareti invitanti e sicure per non andar a dipingere i loro graffiti. Il vento fa sbattere alcune imposte e fa ballare pezzi di contro soffitto ancora appeso. Alcune rondini hanno costruito il loro nido proprio lì sotto, riparate dalle possibile intemperie. Non sono abituate alla presenza di gente e volano spaventate sbattendo contro uno dei pochi vetri rimasti intatti.
La Malerba è una delle tante fabbriche ormai dismesse, lasciate lì, con tanti progetti, ma ancora in piedi a soffrire e far soffrire quanti la ricordano viva e in produzione.
È un pezzo della storia economica di Varese. Malerba era sinonimo di calze, lo è ancora, anche se negli ultimi dieci anni il mondo del tessile è completamente cambiato. L’azienda aveva un legame forte con la città perché non solo erano lì gli stabilimenti, ma da lì veniva la famiglia che aveva fondato questo piccolo miracolo.
Nel corso di questi anni si sono succedute tante ipotesi diverse di utilizzo di quell’area. E con queste tante polemiche.
I giornali hanno più volte titolato sull’apertura di un cantiere per la costruzione di un centro commerciale, poi trasformato in multisala cinematografica. Di lì doveva passare anche una nuova arteria stradale, la “bretella Gasparotto Borri”. Discussioni accese che hanno visto protagonisti tre diversi sindaci e quattro mandati amministrativi, ma senza alcun risultato concreto.
La Malerba, a differenza del calzaturificio, è ancora lì. All’ingresso dell’area un tabellone ancora in buone condizioni con gli orari e le informazioni per i consumatori.
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