L’impresa non è solo profitto
La riflessione di Compagnia delle Opere sul "Fare impresa". Persona e il bene della collettività al centro del dibattito
Accade che alcuni imprenditori, spesso al termine della loro carriera o quando hanno già fatto molta strada, si accorgano che oltre ai soldi, al potere, alla soddisfazione tutta personale, esiste anche dell’altro e che questo altro è fatto di persone, responsabilità, solidarietà, confronto, condivisione, rispetto per l’ambiente. La consapevolezza che esiste anche un bene comune arriva quasi sempre in tarda età o quando l’imprenditore ha già lasciato alle sue spalle “parecchi morti” (è solo un’espressione metaforica per dire che i danni sono stati già fatti). Gli esempi si sprecano: pensate solo a Bill Gates e alla sua fondazione che si preoccupa dei destini del mondo dopo averlo conquistato in modo discutibile. Forse sarebbe meglio arrivarci prima (dei danni) a questa consapevolezza, quando si è imprenditori giovani, pieni di energia e con davanti una vita intera. Questo messaggio, insieme a molti altri, arriva dalla Compagnia delle Opere (Cdo) che ha presentato all’AtaHotel del Gruppo di Salvatore Ligresti (il discorso di cui sopra vale anche per lui) un libretto molto interessante, dal titolo apparentemente innocuo “Fare impresa”. A presentarlo sono stati chiamati due economisti, Giorgio Brandazza e Mario Molteni, che oltre ad essere docenti sono anche imprenditori. Il documento è il risultato di una riflessione a più voci, fatta nel periodo della crisi e condensata in 4 capitoli: l’impresa, l’imprenditore, il rapporto con i collaboratori, alcune modalità di azione. «La crisi – spiega Mario Molteni – ha una forza purificatrice e in questo caso ha stimolato alcune domande di fondo: cosa fare? Come andare avanti e perché ? In questo libretto ci sono delle frasi che si contrappongono ad un certo modo di concepire le cose».
La riflessione mette al centro la persona e il bene della collettività. Non esiste solo l’imprenditore, il suo fatturato e il profitto, ma esistono anche i collaboratori, i clienti, le comunità di riferimento. «L’impresa non è possesso esclusivo di chi detiene il capitale. E’ un soggetto privato ma di interesse pubblico» si scrive nel primo capitolo (1.2). «Il talento imprenditoriale è un dono che implica una responsabilità verso il mondo» (2.2). «Guai all’imprenditore solo!» (2.7). E ancora: « fine ultimo del coinvolgimento dei collaboratori…sviluppare il loro talento, prima ancora che le loro carenze» (3.8).
Uno dei tanti imprenditori intervenuti alla serata, seduto in prima fila, ha detto che il libretto gli ricordava le lettere di San Paolo. «Gli imprenditori sono in odore di santità in un momento così duro». C’è molta ironia, tra chi ha scelto di continuare a fare impresa, nonostante tutto. Eppure la sensazione netta è che il cambiamento sia in atto, perché già nelle menti di chi deve gestire questo passaggio epocale. Oggi fare impresa implica uno scarto etico che deve diventare pratica quotidiana, scelta di fondo e non accessoria al successo. Nelle note compare la (splendida) enciclica di Benedetto XVI “Caritas in veritate”. Non è un caso. Il dado è tratto.
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