Il cinema racconta il Risorgimento
Via ad un ciclo di proiezioni al teatro di via Dante a partire dal 23 febbraio. Prima pellicola proposta "Noi credevamo" di Mario Martone
Mercoledì 23 febbraio alle 21 esordisce al teatro di via Dante un ciclo di tre film sul Risorgimento, nell’ambito delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità. L’Assessorato alla Cultura del Comune di Castellanza, in collaborazione con l’associazione Amici del Teatro e dello Sport, propone "Noi credevamo", la recente pellicola di Mario Martone che rilegge, con l’ausilio di un cast di straordinaria grandezza, gli aspetti tragici del Risorgimento che non fu solo il trionfo dell’idea di Italia ma anche il dramma di ua generazione dilaniata dalla guerra e dalla disillusione di una vittoria inferiore alle aspettative. Tratto dal romanzo del 1967 di Anna Banti (1895-1985) il film vede la partecipazione di Luigi Lo Cascio, Valerio Binasco, Francesca Inaudi, Andrea Bosca, Edoardo Natoli, Toni Servillo, Luca Zingaretti per un risultato di grande qualità artistica e attenta ricostruzione storica purtroppo distrattamente confuso nella massa dei cinepanettoni dello scorso dicembre.
La trama – Tre ragazzi del sud (Domenico, Angelo e Salvatore) reagiscono alla pesante repressione borbonica dei moti del 1828 che ha coinvolto le loro famiglie affiliandosi alla Giovane Italia. Attraverso quattro episodi che li vedono a vario titolo coinvolti vengono ripercorse alcune vicende del processo che ha portato all’Unità d’Italia. A partire dall’arrivo nel circolo di Cristina Belgioioso a Parigi e al fallimento del tentativo di uccidere Carlo Alberto nonché all’insuccesso dei moti savoiardi del 1834. Questi eventi porteranno i tre a dividersi: Angelo e Domenico, di origine nobiliare, sceglieranno un percorso diverso da quello di Salvatore, popolano che verrà addirittura accusato da Angelo (ormai votato all’azione violenta ed esemplare) di essere un traditore della causa.
Martone s’immerge in un trentennio dell’800 italiano, il più convulso e problematico, fonte di innumerevoli analisi, controversie, e revisioni, il tempo del "Qui si fa l’Italia o si muore", e si chiede quale Italia sia stata fatta. E’ infatti evidente che riprendere oggi un simile argomento non può essere frutto di esclusivo interesse documentario per una ricostruzione storica, la prospettiva è sufficientemente distante per permettere una di quelle incursioni nel passato che tanto bene aiutano a capire il presente. Il pretesto narrativo è fornito dal romanzo di Anna Banti, liberamente adattato ma ben presente nello spirito che anima lo sviluppo dei quattro tempi del racconto: La scelta, Domenico, Angelo e L’alba della nuova era. Ai protagonisti, tre amici di un piccolo paese del Sud, Angelo, Domenico e Salvatore, coinvolti nel progetto rivoluzionario della Giovane Italia di Mazzini, si affiancano personaggi con nomi noti o figure di fantasia, in una fusione di realtà e finzione. il film è egregio, la scenografia perfetta nella ricostruzione ambientale (anche i pali in cemento armato che ci rigettano al presente con intento provocatorio sono giocati al momento giusto), la fotografia è magnifica, l’800 pittorico è tutto davanti ai nostri occhi, da Fattori a Segantini e ai Macchiaioli, passando per Manet, il cui Déjeuner sur l’herbe manca solo del nudo femminile al centro nel quadro in cui passa Felice Orsini che medita attentati sulla riva della Senna. Lo Cascio dà un’ottima prova nella parte di Domenico ,fil rouge della lunga storia in cui entra nella fase della maturità, quando stanno sfumando tutte le idealità giovanili e gli intrecci della politica, con gli intrighi che ne fanno parte, segnano tappe dolorose lungo le quali la fatica più titanica è mantenere la giusta distanza e l’equilibrio. Domenico riesce fino all’ultimo a sentirsi vivo e partecipe, e la bravura di Lo Cascio è far percepire quanto questo sia difficile. Le tare ataviche di quel "volgo disperso che nome non ha", ben focalizzato da Manzoni quando ancora tutto doveva accadere, ci sono tutte in un film che registra quello che poi è stato, e quel Parlamento vuoto sul finale, con Crispi che parla stentoreo agli scranni vuoti, è un’allegoria troppo triste nella sua capacità evocativa. L’Orchestra della Rai nell’Auditorium di Torino diretta da Roberto
Abbado ha inciso una colonna sonora raffinata nelle scelte dal repertorio orchestrale ottocentesco, con brani d’opera al di fuori delle piste battute di solito, Martone ha voluto una direzione originale,che esprimesse con assoluta adesione lo spirito delle singole scene. Il risultato è eccellente, una delle parti migliori del film.
Il ciclo proseguirà mercoledì 23 marzo con la proiezione di "Viva l’Italia" di Roberto Rossellini (1961) e mercoledì 13 aprile con "Senso" di Luchino Visconti (1954), la cui pellicola originale restaurata è stata fornita direttamente dal Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma.
Tutte le proiezioni sono afd ingresso gratuito.
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