La lotta alla mafia trova casa
Il ministro dell'Interno Roberto Maroni ha consegnato alla città due proprietà immobiliari sequestrate alla criminalità organizzata: saranno usate per finalità sociali. "L'antimafia si fa aggredendo i patrimoni"
Da proprietà delle mafie a strutture destinate alla società civile e alla legalità: il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha consegnato oggi al Comune di Castellanza due proprietà confiscate alla criminalità organizzata. «La lotta contro ogni criminalità organizzata è l’iniziativa più importante portata avanti dal Ministero negli ultimi tre anni: ci siamo concentrati sull’aggressione ai patrimoni. Non basta arrestare i latitanti bisogna portar via ai mafiosi i beni derivati dalle attività criminali». Complessivamente si parla di 50mila beni in tutta Italia negli ultimi, per un valore di 24 miliardi. In provincia di Varese si parla di 240 proprietà, «per un valore complessivo di 25 milioni di euro».
Insieme a Maroni si è presentato a Castellanza anche il prefetto Giuseppe Caruso, direttore dell’agenzia per i beni confiscati, che ha sede a Reggio Calabria, «perché la ‘ndrangheta è l’organizzazione criminale più pericolosa»: l’azione dell’agenzia – ha ricordato ancora Maroni – è fondamentale perché il percorso tra sequestro e confisca e nella gestione dei beni non si areni. «A Castellanza i beni sono stati sequestrati a gennaio 2010, oggi sono assegnati»: le due strutture avranno usi diversi. Una (quella di via Montello, nella foto la folla presente) sarà impiegata per finalità sociali a favore delle comunità di Castellanza e della Valle Olona, mentre l’altro sarà per la prima volta messo a reddito: l’introito degli affitti (32mila euro l’anno) saranno impiegati dal Comune per esigenze sociali. Il sindaco della cittadina, Fabrizio Farisoglio, ha ricordato le parole del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e Maroni ha ricordato l’importanza della «grande alleanza di tutte le istituzioni» per sconfiggere la criminalità organizzata. E riprendendo le polemiche di qualche mese fa, Maroni ha detto che le accuse di sottovalutazione lo hanno fatto «sorridere»: «Pochi ricordano che a Varese, a inizio anni Novanta, si fece un processo che si chiamava "Isola felice"». Era una definizione sarcastica: e gli anni successivi – con le indagini sulla ‘ndrangheta e la mafia radicate sul territorio – lo hanno ampiamente dimostrato.
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