Il Varese è rinato grazie a lui
Correva l'anno 2004, la società era fallita. Silvio Papini, Riccardo Sogliano e Peo Maroso seduti sul marciapiede fanno la conta dei giocatori. Sette in tutto e Peo disse: «Siamo già a un buon punto»
tifosi della curva nord gli hanno già fatto una dedica con lo spray sul muro all’entrata dello stadio riservata ai giocatori: «Eri, sei, sarai il Varese! Ciao Peo». La scomparsa nella notte, dopo una lunga malattia, di Pietro Maroso ha lasciato il segno negli occhi e nei cuori di chi lo ha conosciuto. Silvio Papini, direttore generale del Varese, è davanti all’entrata degli spogliatoi. Le braccia conserte, una smorfia sul viso nello sforzo di trattenere le lacrime mentre parla con le persone che chiedono del Peo. «Lui c’era già nel 1965 quando ho cominciato nei ragazzini – racconta Papini -. E c’era già quando i papà dei nostri calciatori attuali non erano ancora nati. E’ sempre stato un pilastro del Varese».
Il Peo abitava vicino allo stadio e dalla sua casa vedeva uno spicchio di stadio. «Quando vedeva il pubblico, magari tre persone, mi chiamava per chiedermi cosa succedeva. Il Varese anche durante la malattia era la sua prima preoccupazione».
Nel 2004 Maroso, insieme a Papini e a Riccardo Sogliano, è stato l’artefice della rinascita del Varese dopo il fallimento. Questi tre moschettieri biancorossi rimisero in piedi la squadra seduti su un marciapiede. «Eravamo noi tre, soli, fuori dal Macecchini – ricorda Papini -. Io con in mano il librone della rosa per fare la conta dei giocatori che avevamo a disposizion. Avevamo Pisano, che allora era un ragazzino e qualche altro giocatore, sette in tutto. Peo mi guardò e disse: “Papo siamo già a un buon punto”. E da lì siamo ripartiti per arrivare dove siamo ora».
Maroso da allenatore vinse il campionato di serie B nella stagione 1973-1974 quando presidente era Guido Borghi e bomber della stagione lo "sciagurato Egidio", al secolo Egidio Calloni, con 16 reti. Peo è stato l’ultimo allenatore a guidare il Varese in serie A: la foto di quella mitica squadra, appesa in sala stampa, lo ritrae seduto tra Marini, il mediano che finirà in nazionale e all’Inter, e Tresoldi.
Negli anni della «rifondazione» della società, dal 2005 al 2008, ricoprì la carica di presidente fino all’arrivo di Antonio Rosati, da quel momento in poi diventerà presidente onorario, un ruolo che si riserva ai grandi, agli uomini simbolo che sono ben pochi, soprattutto in un calcio mercenario come quello dei nostri giorni.
Lunedì sera allo stadio Franco Ossola arriverà il Bari e il Varese giocherà con il lutto al braccio e il dispiacere nel cuore. Quando Fabrizio Castori è arrivato ai piedi del Sacro Monte ha conosciuto Maroso. Il Peo, nonostante la malattia, il giorno della presentazione del nuovo allenatore si presentò in sala stampa. Un dovere e un segno di grande coraggio per chi ha fatto dei colori biancorossi una ragione di vita. «Per me Maroso era un mito – racconta un emozionato Castori – perché da ragazzino facevo la collezione di figurine e lui era già un campione. Quando ci siamo visti mi ha ricordato che è stato l’ultimo allenatore a portare il Varese in serie A. L’ho preso come un passaggio di consegne, mi ha fatto molta tenerezza e grande simpatia. Mi dispiace molto per la sua scomparsa e colgo l’occasione per fare le condoglianze alla famiglia».
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