“Superiamo la crisi facendo un grande salto verso l’estero”
Il viceministro alla sviluppo economico Carlo Calenda è stato ospite del “Circolo delle Idee” della Liuc per parlare di potenzialità e rischi dell’internazionalizzazione. Ecco il piano del governo
L’export delle imprese italiane nei prossimi anni crescerà e anche di molto. I mercati si stanno lentamente riprendendo, l’economia torna a girare «e noi non possiamo lasciarci sfuggire questa occasione». A dirlo è il viceministro dello sviluppo economico, Carlo Calenda, parlando davanti alla platea del "Circolo delle Idee" dell’università Liuc. «I nostri dati ci dicono che il tasso di crescita dell’export sarà pari o superiore in tutti i campi a quello tedesco e francesce ma bisogna cambiare radicalmente approccio» -spiega Calenda non esitando a definire il piano del governo in questo senso «un salto quantico in avanti». Per molti anni a «il principio che ha regolato la promozione delle nostre imprese all’estero è stato quello che l’export funziona» e quindi «non bisogna investirci molto». Proprio per questo «l’anno scorso erano solo 23 i milioni destinati a questo settore» mentre per il 2014 la cifra è triplicata: «60 milioni, trovati andando a scavare nei vecchi fondi non spesi del Ministero e trovando finanziamenti che risalgono anche al ’94».
L’anno prossimo sarà speso ancora di più nella convinzione che «queste non sono spese, ma investimenti necessari e inevitabili». Il progetto del governo, commissionato a studi indipendenti punta a ricavare dal turismo 800 milioni in più, portare altre 22.000 imprese ad esportare, aggredire i mercati esteri per 50 miliardi e attrarre investimenti esteri per 20 miliardi. «Oggi noi abbiamo un gran bisogno di quello che viene definito "capitale di crescita" e ci sono grandi investitori pronti ad arrivare nel nostro paese» ma quello che bisogna cercare di fare «è di metterli in contatto con il nostro tessuto produttivo principale: le piccole e medie imprese».
Ma non basterà certo «puntare su paesi che negli anni passati sentivamo solo per le guerre» e proprio per questo «c’è moltissimo da fare
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