La rinascita dei Mott The Hoople
Tutto quello che girava intorno a David Bowie aveva successo
Nonostante Ziggy Stardust fosse uscito da pochi mesi, il glam aveva avuto un tale impatto che David Bowie era diventato una sorta di Re Mida del rock, e questo disco lo dimostra bene. I Mott The Hoople, infatti, erano un gruppo inglese che aveva già pubblicato ben quattro LP in tre anni, ma nessuno di questi era stato un vero successo: nemmeno l’ultimo, Brain Capers, nonostante fosse molto buono. E come succede in questi casi partono le tensioni interne e si arriva allo scioglimento.
Salvo che Bowie era un loro fan, e dopo aver loro proposto invano Suffragette City, li chiamò e fece loro sentire con solo chitarra e voce una prima versione di All The Young Dudes: colpo di fulmine, ritocco glam all’immagine del gruppo ed incisione del 45 giri che diventa un successo mondiale. Giusto costruirci intorno un album che, a parte l’iniziale cover di Sweet Jane dei Velvet Underground, è composto dalle ottime canzoni del leader Ian Hunter e del chitarrista Mick Ralphs. Non durarono molti anni, ma incisero subito altri due ottimi dischi, intitolati Mott e The Hoople, prima dell’addio di Ian Hunter.
Curiosità: la title track venne definita un inno generazionale ma non è ben chiaro di cosa parli. All’inizio era ritenuto un inno al glam e alle sue libertà; Bowie poi disse che le notizie che portavano i Dudes erano apocalittiche, come nella sua Five Years; Lou Reed infine disse che si trattava di un inno gay. A voi la scelta.
La Rubrica 50 anni fa la musica
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