Ero senegalese. Oggi sono italiano
Djibril Thiam dopo 17 anni ha ottenuto la cittadinanza italiana. «Ora sono alla pari con mia figlia. Sono fiero, me la sono guadagnata»
«È un gran giorno. Oggi è bellissimo». Djibril Thiam, senegalese, è rinato dopo 45 anni. Il 3 marzo 2010 sarà una data che ricorderà per sempre, perché è il giorno in cui ha firmato il decreto che gli concede la cittadinanza italiana. «Me la sono guadagnata, perché sono 17 anni che vivo e lavoro in Italia. E sono fiero di averla» ha detto a caldo Djibril.Nella stanzetta dell’ufficio anagrafe del comune di Varese, oltre al coordinatore dello stato civile, Maria Pina Ini, c’erano la convivente, la figlia e tanti amici.
«La cittadinanza mi toglierà tante pratiche un po’ pesanti – ha spiegato Djibril-. Non farò più la fila in questura, perdendo tante ore di lavoro, per il permesso di soggiorno. Ci sono tante cose belle dentro questa cosa: ora io e mia figlia siamo in pari. Mi ripeteva sempre che io non ero italiano, adesso non puo’più dirlo».
«La cittadinanza mi toglierà tante pratiche un po’ pesanti – ha spiegato Djibril-. Non farò più la fila in questura, perdendo tante ore di lavoro, per il permesso di soggiorno. Ci sono tante cose belle dentro questa cosa: ora io e mia figlia siamo in pari. Mi ripeteva sempre che io non ero italiano, adesso non puo’più dirlo».
In quel papello controfirmato e bollato c’è anche un ritrovato senso di libertà. Non è un’esagerazione giornalistica, perché per molti immigrati extracomunitari allontanarsi dall’Italia è una preoccupazione costante e concreta, dovuta ai tempi di rinnovo delle pratriche. Djibril un salto in questura dovrà farlo ancora un’ultima volta per riconsegnare il vecchio e ormai inutile, per lui, permesso di soggiorno.
«Ora posso alzarmi e andare dove voglio senza cercare visti, senza preoccuparmi. Magari tanti problemi negli aeroporti africani non li avrò più e in quanto italiano sarò più assistito».
La concessione della cittadinanza è una pratica più frequente di quanto si pensi, ma come spiega Maria Pina Ini, coordinatrice dell’ufficio, non ha per tutti i richiedenti lo stesso significato.«Per alcuni ha solo un senso di liberazione dall’oppressione della burocrazia – spiega la coordinatrice – . Personalmente mi fa arrabbiare chi chiede la cittadinanza e non parla nemmeno una parola di italiano e vorrei che questo messaggio arrivasse a quelli che vogliono snellire le procedure, perché questa procedura va sempre riempita di un senso profondo. Per Djibril e per tanti altri questo senso ce l’ha».
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