Giorgetti: “Non si ascolta più il canto delle folaghe”

Com'è cambiata la natura varesina, partendo da un punto di osservazione diverso dal solito: il lago di Varese, e la sua fauna che ha cambiato abitudini

Chi, come me, è consapevole di appartenere a un mondo ( culturale, ideale) in via di estinzione, non si fa illusioni. Per ragioni particolari, l’aver praticato il mestiere di pescatore fin dall’adolescenza, mi sono abituato a un modo di vedere l’ambiente e di essere nella vita che non coincide più con il pensiero (e i comportamenti) del nostro tempo. A supporto di quanto ho dichiarato, posso portare alcuni fatterelli che per i più sono soltanto delle curiosità risibili ma che invece per me hanno il valore di sintomi significativi straordinariamente importanti. Voglio parlare delle folaghe, quegli uccelli neri di lago macchiati alla radice del becco da una larga chiazza bianca, i quali si tuffano abitualmente nelle acque basse di riva, alla ricerca del cibo, perlopiù alghe e altri vegetali.

Ebbene, queste folaghe, ai tempi in cui venivano cacciate assiduamente e non tanto per passatempo, ma perchè, in una dieta povera com’era allora, fornivano delle provvidenziali proteine all’alimentazione, talvolta, ma in rare occasioni, per cui capitava di assistere al fenomeno non più di due o tre volte in un anno, succedeva che si mettessero a cantare in un modo assai diverso dal solito. Era un gemito prolungato, un lamento che faceva pensare a una rappresentazione di una tragedia greca, ai canti e alle lamentazioni funebri della religione, una voce che, l’avresti giurato, nasceva dalla disperazione. Succedeva solo in alcune mattinate particolarmente rigide di dicembre già quasi alla fine del loro passo, con il lago che fumava come un calderone. La nebbietta esalata ristagnava bassa a un mezzo metro della superficie e in lontananza si vedeva solo il mezzo busto di cacciatori e degli altri pescatori. Pressate dai cacciatori che le inseguivano sparando dal canneto fino in mezzo al lago, a un certo punto queste folaghe, non trovando più un momento di tregua nè un luogo tranquillo dove pascolare, riuniti in un folto gruppo si alzavano in volo, ma non sapendo più dove andare a posarsi e disperando evidentemente ormai della loro salvezza, tutte insieme in coro cominciavano a emettere quel suono lungo e modulato ma tristissimo, che a noi pescatori, semicongelati e quasi nella loro stessa condizione, giungeva come una fitta al cuore. Poichè ora per le folaghe la loro situazione sembra alquanto migliorata, e da alcuni anni non le ho più sentite cantare come allora, e le folaghe non hanno mai smesso di emettere i loro suoni di trombetta abituali, ho avuto la curiosità di chiedere a parecchi frequentatori di lago se si ricordavano di quell’altro raro e suggestivo loro modo di cantare. E con mio grande stupore ho scoperto che quasi più nessuno ne ha conservato la memoria ( tranne uno o due della mia età), e questo fatto ha aggiunto al mio ricordo un’ulteriore tristezza, come se dal mondo fosse stata cancellata un’espressione unica e irripetibile, quella di un linguaggio arcaico che si poteva solo capire a prezzo di sperimentare un’uguale sofferenza. Un canto degli alpini andato perduto per sempre, un’invocazione al cielo per un’incombente sciagura collettiva. Dell’osservazione venuta di moda agli uccelli con il binocolo io non so niente, e lei dei miei crucci non si cura.

Prendo un altro episodio ancora dagli uccelli di lago, con i quali del resto ho passato più tempo nella mia vita che in compagnia degli uomini. Si tratta in questo caso degli svassi, che noi però, dal loro modo sciancato di muoversi e nuotare, abbiamo da sempre chiamati al femminile "strambe". Fino a pochi anni fa questi uccelli si nutrivano prevalentemente di pesciolini di due specie, le alborelle e i trollini. Finchè queste prede si mantennero nel lago numerose e costanti, per le strambe non ci furono problemi: costruivano presto in primavera i loro nidi e nutrivano i loro pulcini. Ma più avanti, causa la degradazione dell’acqua, o forse perchè soppiantate da altre specie di pesci più attrezzati e agguerriti ( infatti nei laghi la competizione per il cibo è feroce come tra gli uomini ai tempi dei barbari), i trollini e le alborelle come specie andarono improvvisamente estinti.  Altri pesci, di cui il lago è pieno, ingrossano troppo rapidamente e l’anno dopo, in primavera, sono ormai fuori della portata delle gole strette degli svassi o strambe. Una regola inderogabile in natura vieta alle coppie di ogni specie di procreare, se in un certo ambiente viene a mancare il nutrimento necessario alla prole. Così a quel punto si registrò una specie di emigrazione coatta delle strambe da un luogo a un altro, uno sfratto in piena regola, verso il fiume Ticino o verso il lago Maggiore. Dal punto di vista delle strambe si potrebbe pensare che l’evento apparisse pari a una fatale carestia che si abbatteva sulla zona che consentiva loro di esistere, anche se non così drammatico come nel caso delle folaghe. Naturalmente, ben presto le stesse strambe, ma in numero ridotto, si adattarono alla nuova situazione, e cioè ritardando la nidificazione di un mese o due, quando le generazioni di specie di pesci destinati a diventare più grandi di alborelle e trollini, sono ancora di dimensioni piccole allo stato di avannotti.

Anche in questo caso, se chiedete ai vari osservatori d’ambiente collocati sui monti o in pianura, non vi sapranno rispondere, perchè nessuno di loro ha notato niente del genere e la cosa non interessa proprio. Ecco un altro piccolo dramma andato in scena tanto vistosamente nel lago e passato del tutto inosservato. Potrei continuare su questa falsariga, ma in sostanza volevo solo mostrare come la progressiva tendenza all’oblio e alla alienazione da cose e fatti che parevano reali e evidenti a tutti, ha continuato col suo passo di fatalità.
Ma non si tratta solo di uccelli e pesci. Posso parlare di un’altra vicenda legata a una sciagura avvenuta un paio d’anni fa nel lago, quando annegarono due persone. Si stava cercando con imponenti attrezzature piazzate su due barconi il cadavere del secondo annegato, finito sul fondale. Io e un altro pescatore ci avvicinammo pensando di fare una buona azione utile, e suggerimmo di spostare la ricerca a circa un chilometro più al largo da dove stavano scandagliando, perchè certamente la risacca avrebbe trascinato il corpo verso il centro del lago, in direzione contraria e opposta a quella del vento. Una nozione che ai miei tempi possedevano anche i bambini del villaggio. Ci risposero impettiti che avevamo di fronte degli esperti nei recuperi nei vari ambienti d’acqua, e che non volevano intrusioni inopportune. Noi eravamo preoccupati anche perchè temevamo che il cadavere finisse nelle nostre reti. Quando poi un paio di settimane dopo il corpo tornò a galla per conto suo, venne recuperato naturalmente sulla linea da noi suggerita ai grandi esperti.

Ci sono ben altri episodi che confermano la deriva ( dal mio punto di vista) intellettuale e morale che ha preso la cura e la protezione dell’ambiente. Ma non voglio raccontarli, perchè coinvolgerebbero delle persone , le quali si sentirebbero offese a morte a ricordargli la verità, amanti come sono del suo occultamento e travisamento. Del resto, mi offenderei anch’io se qualcuno mi mettesse nel numero degli esperti di un qualche ambiente. Dal momento che io mi ritengo solo uno come ce n’era tanti dei pratici del luogo dove ci vivevano, e forse uno degli ultimi ad aver ascoltato e a ricordare il canto delle folaghe.

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Pubblicato il 20 Dicembre 2010
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