Postare su Facebook può costare il posto di lavoro
I dati dell'ufficio vertenze della Cis dei Laghi indicano che il contenzioso tra lavoratori e aziende in questi anni è aumentato ma non per effetto della crisi. È il terziario a generare precariato ed estrema flessibilità
Postare un commento negativo sulla propria azienda, pubblicare sul proprio diario un selfie fatto sulla spiaggia mentre si è in malattia o navigare sul proprio profilo durante l’orario di lavoro, potrebbe costare molto caro al lavoratore. Negli ultimi anni il contenzioso tra lavoratori e aziende, a causa dell’uso improprio dei social network, in particolare di Facebook, è aumentato notevolmente.
«Siamo passati da zero a dieci casi nel giro di poco tempo – spiega Antonio Mastrobetti dell’Ufficio vertenze della Cisl dei Laghi -. È chiaro che non è vietato parlar male della propria azienda, perché c’è un legittimo diritto di critica. Ma se lo si fa su una pagina pubblica di Facebook si possono creare problemi di reputazione per l’azienda stessa».
Un caso di scuola, che ricordano anche i funzionari dell’ufficio, ebbe come protagonista il lavoratore di un supermercato che, costretto a lavorare anche la mattina di Natale, aveva fotografato alcuni clienti che entravano al supermercato e poi commentato negativamente su Facebook. «La sensazione che si ha in questi casi – aggiunge Federica Rossi – è che il lavoratore non abbia una piena consapevolezza della potenza del mezzo e soprattutto della sua rilevanza pubblica. Spesso ti rispondono sorpresi: “Ma che cosa ho fatto di male?”, ignorando il potenziale diffamatorio della loro azione». C’è però ormai un consolidato orientamento giurisprudenziale che considera Facebook un luogo pubblico e il dipendente legato da un dovere di fedeltà nei confronti dell’azienda per cui lavora.
SONO I SERVIZI IL VENTRE MOLLE DEL MERCATO DEL LAVORO
I dati forniti dalla Cisl dei Laghi indicano che il contenzioso tra lavoratori e aziende in questi anni è aumentato ma non per effetto della crisi. L’ufficio vertenze nel 2016 ha assistito 744 lavoratori, di cui 446 in vertenze individuali (+14%)e 298 nelle procedure concorsuali (+15%), recuperando per i lavoratori oltre 3 milioni di euro. La ragione dell’aumento della conflittualità è da ricercare nella scarsa qualità dei posti di lavoro creati negli ultimi anni. «La Lombardia – sottolinea Mastrobetti – ha recuperato l’occupazione che c’era prima della crisi. Si tratta per lo più posti di lavoro nel settore terziario, in particolare nella ristorazione e nel commercio, caratterizzati da alta flessibilità e precarietà. Un settore dove le imprese competono sul costo del lavoro, al ribasso naturalmente, quindi con lavoratori mal pagati e con basse tutele. E a fronte di questa situazione non ci sono sufficienti deterrenti».
NEL MANIFATTURIERO SI FALLISCE MENO
Rimane alto il numero delle aziende fallite anche se è cambiata la tipologia delle stesse. Non più grandi manifatture, dove la scrematura è stata fatta dalla pesante crisi economica, ma ristoranti, piccoli negozi al dettaglio e commercio. Per rendere la vita difficile agli uffici vertenze, spesso le aziende spostano la sede legale presso tribunali di altre province con un aggravio di costi per chi volesse intraprendere un’azione legale, impedendo così ai lavoratori di soddisfare il proprio credito. A dare il colpo di grazia la disposizione per abbattere il contenzioso che prevede il pagamento delle spese legali a carico del lavoratore in caso di sconfitta.
(foto sopra, da sinistra in piedi il personale dell’ufficio vertenze: Federica Rossi, Matteo Luppi, Ilda Marciano, Antonio Mastrobetti, Cristina Calvi e Sara Moriggi)
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